Tecnologia disumanizzante o un nuovo umanesimo della tecnologia? spunti di riflessione per un salvacondotto dal Nichilismo del modello del Capitalismo consumeristico neoliberale

Stiamo assistendo ad una grande trasformazione dei paradigmi noti ed ortodossi dell’esistenza umana. Un cambiamento che pur agevolando e migliorando la condizione umana in termini di soddisfacimento dei suoi bisogni materiali, tuttavia crea anche sconcerto e smarrimento spirituale

Immagine distribuita da W61 con licenza CCO

Se mai, con riferimento al III° millennio, fosse dato di parlare di una rivoluzione copernicana applicata alla Società e più in generale al variegato sistema delle organizzazioni sociali, imprese incluse, questa non dovrebbe essere riferita al dato storico dell’avvento delle nuove tecnologie intelligenti, dei modelli algogratici di organizzazione e gestione, della applicazione diffusa della IA, della robotica e delle neuroscienze quanto all’effetto sostanziale che dalla diffusione trasversale delle predette tecnologie è derivato e che ha portato all’affermazione repentina e prepotente di nuove modalità di sperimentazione della relazione sociale e del rapporto tra gli individui negli luoghi quotidiani dell’esistenza umana, imponendo una lettura critica sul piano epistemologico del rapporto condizionato e condizionante tra Uomo e Tecnica e tra Uomo ed Ecosistemi.

Una grande trasformazione dei paradigmi noti ed ortodossi dell’esistenza umana è certamente in atto. Una trasformazione che pur agevolando e migliorando la condizione umana in termini di soddisfacimento dei suoi bisogni materiali, tuttavia crea anche sconcerto e smarrimento spirituale. Un processo invasivo e trasversale, ritenuto da molti incontrollabile e che pare agevolare la strada ad orizzonti imperanti di Algocrazia e Tecnocrazia quali nuove forme di sottomissione e controllo diffuso dell’Umanità e della sua capacità di pensiero critico da un lato e di riduzione progressiva dei compiti e delle funzioni dei poteri pubblici dall’altro, una modalità “tecnologica” in cui si esprime, rinnovandosi e rafforzandosi, la centralità dell’homo oeconomicus ossessivamente imposta dal pensiero neoliberale.

Una simile conclusione, tuttavia, sarebbe irrazionalmente nichilista oltre a mettere definitivamente in soffitta l’ottimismo delle idee e la superiorità morale ed intellettuale dell’Uomo solo rispetto alla quale si può inferire e valorizzare in termini assoluti l’assioma per cui la Tecnica e la Scienza sono sempre uno strumento agito e mai uno strumento agente in sostituzione del potere di indirizzo e governo dell’Uomo.

Vale la pena invece proporre una riflessione ed una conclusione differenti, partendo dalla considerazione che Tecnologia e Scienza non consentono solo, in una tipica logica neoliberale, un miglioramento della condizione materiale dell’individuo-consumatore in termini di bisogni soddisfatti, ma consentono anche l’emersione di uno specifico orientamento valoriale incentrato – attraverso il potenzialmente illimitato accesso alle informazioni che la tecnologia rende possibile- sulla riscossa delle coscienze individuali e delle idee. Che è poi il primo passo per la liberazione dalle catene di un modello sociale, politico ed economico che intende disperdere l’individuo in un perverso processo di omologazione collettiva e gregarismo massificante per privarlo del pensiero critico e della capacità di mettere in discussione l’ordine precostituito.

Per tale via, da qualche anno in particolare, si è giunti alla sempre più strutturata radicazione di un pensiero vagamente esistenzialista per il quale l’individuo, non inteso nella sua singolarità, ma quale organismo interattivo in un contesto complesso di relazioni socialmente rilevanti, titolare di diritti inalienabili e doveri sociali inderogabili, è omnium rerum mensura, tanto per rievocare una affermazione del filosofo presocratico Protagora.

Una sorta di nuovo umanesimo, in cui l’individuo, al pari di un reinventato Uomo Vitruviano, è collocato al centro di un sistema concentrico di relazioni all’interno del quale egli si esprime condizionando, in differenti gradi di intensità e livelli di connessione, le molteplici architetture sociali e le interazioni con l’ecosistema in cui si articola la dimensione collettiva dell’esistenza umana.

I postulati concettuali di questo nuovo umanesimo sono individuabili nelle emergenti correnti di pensiero che incentrano la propria forza attrattiva e divulgativa nella riscoperta di ciò che è essenziale alla natura umana nel rapporto con l’ambiente circostante e sulla importanza della liberazione dell’individuo dal giogo del capitalismo consumeristico attraverso una riconquistata consapevolezza degli orizzonti valoriali intrinseci della dignitas dell’essere umano, la cui centralità può consentire di porre le basi di un rivoluzionario riformismo sociale, grazie al quale fornire risposte e soluzioni responsabili  alle urgenze pressanti del tempo che viviamo, per lo più legate alle criticità dei nostri ecosistemi, ma rinnegando la tentazione di approcci demagogici o utopistici quali possono essere ad esempio rappresentati dal cd. ecologismo integrale.

Detto diversamente, è la propensione, divenuta corpo nell’Agenda 2030 dell’ONU, a piegare la Tecnica e la Scienza e le loro infinite applicazioni agli obiettivi dello sviluppo sostenibile. Una sostenibilità che a parere di chi scrive deve essere sociale prima ancora che ambientale ed economica, perché dalla prima, grazie anche all’ausilio delle tecnologie, pure riconsiderate in termini di sostenibilità, conseguono inevitabilmente le seconde.

Né si può seriamente prescindere da una preminenza assoluta dell’obiettivo di sostenibilità sociale rispetto ai restanti obiettivi di sostenibilità, vieppiù ove si consideri ormai non più ulteriormente procrastinabile la necessità di creare le condizioni concrete del “benessere umano” (sicurezza, equità, giustizia, istruzione e formazione, partecipazione) distribuendole equamente per classi sociali, genere e generazioni, superando le diseguaglianze e costruendo la società della conoscenza basata sul lavoro distribuito, sul sapere condiviso, sulla competenza che partecipa, sulla tecnologia e sul digitale che creano comunità sostenuta, quali baluardi per la lotta alla povertà, la conquista della parità di genere, la giusta valorizzazione della persona e della vita.

Del resto l’Uomo, tanto per richiamare una antica ed indiscussa verità aristotelica, altro non è se non un “animale politico” che realizza la propria specificità antropica principalmente nelle formazioni sociali e nella collettività, e non nella Natura in sé, che semmai va salvaguardata e resa destinataria di una tutela rafforzata in vista dell’ obiettivo primario ed irrinunciabile di perpetuazione della Specie umana e, nel bene e nel male, della conservazione della sua essenzialità biologica, per dirla con Paul Valery (cfr. Homo Politicus, 2019).

Nello sforzo di eludere il più possibile le ipocrisie comode del pensiero unico, potremmo diversamente ragionare di forme inevitabili, per certi versi ciniche ed egocentriche, di utilitarismo della specie biologicamente dominante in forza del quale l’Uomo non può sottrarsi ad avere un governo sulla Natura, pena la negazione della sua stessa sopravvivenza. Si può semmai porre un tema di individuazione del perimetro etico all’interno del quale tale dominio si debba ritenere consentito, che mutatis mutandis significa porre le regole di condotta per evitare che tale utilitarismo si trasformi in vandalizzazione senza fine delle risorse della Natura, e per paradosso conduca quindi alla estinzione della specie (cfr, La Scimmia Egoista, Nicholas P.Money,2020).

Occorre cioè introdurre un correttivo regolatorio e tale è il ripensamento dei modelli di governo della collettività in termini di sostenibilità, rifondando l’architrave della società, della politica, dell’economia e della produzione, dando il giusto senso e priorità alle connessioni ecologiche tra sistemi umani e sistemi non umani. E’ insomma una questione di ricostruzione del rapporto dell’Uomo con la Natura, rispetto al quale Scienza e Tecnica devono essere asservite in quanto strumenti finalisticamente e operativamente orientati alla creazione di soluzioni di governo responsabile della Natura e delle sue risorse per il fine ultimo della salvezza del genere umano.

Non a caso, si è incominciato a parlare più correttamente di ecodomia del comune (cfr. Ecodomia del comune. Note su come rifare il mondo restando felici, Nicola Capone, 2019) perché il futuro della prospettiva umana è tutto nella capacità dell’Uomo di saper ben costruire lo spazio comune delle relazioni attraverso la cura dei beni funzionali allo sviluppo dell’individuo non solo con riferimento al suo contesto sociale ma anche e soprattutto con riferimento al contesto ecologico.

Ma l’arte del ben costruire la casa comune non è opera semplice almeno sino a quando continuerà ad imperare il modello neoliberale del capitalismo consumeristico il cui fine ultimo è di garantire modelli politici organizzativi e produttivi totalitari, indirizzati all’obiettivo della massima efficienza e del più diffuso controllo sociale attraverso l’appiattimento del pensiero critico e l’esasperazione del consumismo (delle idee e dei prodotti) e la conseguente atomizzazione dell’io individuale in una sorta di magmatica coscienza collettiva basata su un preconcetto approccio fideistico a valori culturali di massa. Fin dai primi studi in materia (Psicologia delle folle, Gustav Le Bon, 1865) per altro si è evidenziato come la massa trae la sua origine principalmente dall’omologazione degli oggetti creati e venduti, che a propria volta generando una standardizzazione dei gusti e delle idee, tende a creare consumatori identici e a modificare i comportamenti collettivi in una direzione di uguaglianza anonima.

Si comprende quindi l’importanza di un nuovo umanesimo che introduca ad una ricostruzione dei rapporti tra Uomo e Natura, attraverso il ripensamento in ottica di sostenibilità delle attività antropiche, piegando Scienza e Tecnica alla ricerca di soluzioni finalisticamente orientate al perseguimento degli obiettivi di governo responsabile della Natura e delle sue risorse, con il fine ultimo della salvezza del genere umano dal rischio della estinzione biologica.

A pensarla diversamente, segneremmo una irrecuperabile battuta di arresto del percorso evolutivo del genere umano perché nel perpetuarsi delle condizioni di miope intendimento e gestione delle criticità degli ecosistemi intorno a noi, si perpetuerebbero anche le  dinamiche utilitaristiche sottese alla contingenza delle convenienze che non crea mai superiori pratiche del bene comune quanto piuttosto egoistici particolarismi e individualismi  latori di disagio sociale e distruttori dei legami solidaristici da cui in ogni epoca si sono sempre generati Libertà e Democrazia.

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