Scuola, smart city e competenze digitali: la data revolution va in scena a #SCE2015

Partire dai dati, trasformarli in infomazioni e poi in conoscenza per arrivare a un approccio “data driven” alle decisioni che riguardano la collettività: è questo il percorso di approfondimento che affronterà quest’anno la Smart City Exhibition – Citizen Data Festival, che si terrà Bologna dal 14 al 16 ottobre: eventi, convegni e laboratori che permetteranno di conoscere più nel dettaglio i tanti volti che la data revolution porterà negli spazi urbani, nelle dinamiche sociali insieme a tante opportunità ancora da cogliere.

SCE2015La prima è quella rappresentata dalla costruzione di una seria data literacy a partire dall’età scolare, uno dei temi che verranno affrontati nel corso delle Academy di Sce2015. Un argomento per nulla scollegato dal concetto di dato, come ci spiega Carlo Giovannella Presidente di ASLERD e Direttore del Master in Design of People Centered Smart Cities, che interverrà nel corso dell’Academy SCE dedicata alle competenze del futuro. “Sapersi muovere tra i dati procura un enorme vantaggio competitivo in qualsiasi attività. Tutti hanno accesso a Google e alla mole di dati che il motore di ricerca è in grado di reperire, ma non tutti sono in grado di utilizzare al meglio le sue enormi potenzialità: è necessario porre le domande in maniera corretta e avere, ancor prima, ben chiari i dati di cui si ha bisogno, ovvero è necessario pianificare il ritrovamento e la raccolta del dato; devo poi saperlo analizzare e filtrare per astrarne i contenuti essenziali e mettere in correlazione con altri per astrarre significati, e nel far questo devo anche avere un occhio attento alle sorprese che possono emerge dalla complessità. Provate a dare dei semplici compiti di ricerca a dei ragazzi delle scuole e scoprirete che solo il 10-15% è in grado di andare oltre un acritico copia e incolla. Pensate poi che cosa possa accadere se si chiedesse loro di rappresentare e raccontare il dato, costruirci sopra una narrazione per comunicare ad altri quanto si è compreso e quanto potrebbe accadere.” Traslando tale dinamica ai contenuti di tabulati sul consumo energetico, o sui flussi del traffico telefonico, non dovrebbe essere difficile comprendere quanto anche “questi dati possano avere un impatto non indifferente sulla vita di ciascuno di noi, per quanto possano essere meno attraenti per studenti che non hanno l’abitudine di collegare le loro domande alla ricerca e all’interpretazioni di dati; dati che, d’altra parte, non “comunicano” a chi non ne comprende il linguaggio.”

E se pensiamo che il volume dei dati prodotti non diminuirà per effetto dell’IoT, solo per citare il fenomeno più macroscopico, ma, anzi, aumenterà nei prossimi anni, la mancanca di una adeguata data literacy rischia di mettere a repentaglio la capacità delle prossime generazioni di interpretare e leggere la complessità del reale li circonda, mettendo in qualche modo a rischio anche la capacità di essere cittadini responsabili e attivi. Cosa può fare la scuola a supporto della data literacy? “Il tema è quello dello sviluppo della consapevolezza attraverso l’acquisizione e la messa in pratica di un metodo che aiuti nell’individuazione dei problemi – che non può prescindere dall’analisi dei dati – e successivamente nella loro risoluzione, nella trasformazione delle abilità in competenze, nell’acquisizione di una visione sistemica, nella capacità di monitorare e valutare e in quella di comunicare. Senza quest’ultima non è possibile far comprendere come le tecnologie digitali facciano ormai parte del gioco e di come possano essere utilizzate per valorizzare la centralità dell’uomo in tutte le sue dimensioni esperenziali, e non solo per provocare alienazioni e “divide” di ogni genere. Nel nostro DNA abbiamo la creatività che, nel Design, abbiamo saputo trasformare in progetto. Nelle scuole dovremmo ricominciare dalla “Design literacy”, ovvero dalla diffusione di una cultura del progetto e soprattutto del processo, dalla rinuncia all’estemporaneità, senza aver timore di sviluppare una via italiana ad un uso più consapevole del “digitale”. Può sembrare banale … ma riuscire a mettere davvero in atto un programma del genere non sarebbe una rivoluzione da poco!”

Ecco perchè ha senso, molto senso, parlare di scuola e data literacy in un evento come Smart City Exhibition: SCE è quell’adatto punto di incontro e confronto per condividere esperienze e per progettare il futuro e l’Academy è parte di questo grande progetto. “Non a caso è in questo contesto che è nato il progetto del Master sul Design of People center Smart Cities realizzato con il Forum PA, ed è qui che ci siamo incontrati con altri colleghi con cui abbiamo condiviso il percorso che ha portato alla fondazione dell’Association for Smart Learning Ecosystem and Regional Development. Insomma lo Smart City Exhibition è un hub ricco di potenzialità e opportunità, sta a ciascuno di noi saperle cogliere e offrire in un’ottica di condivisione.”

competenceLa data literacy chiama direttamente in causa il passo “successivo” ovvero quello che porta dalla conoscenza del contesto digitale che ci circonda alla scelta e identificazione di competenze e professioni digitali soprattutto nell’ottica delle smart city. Chi ha la necessità, come la PA, di interagire con professionalità che chiamano in causa dati e competenze tecnico-scientifiche, sfruttano a loro volta criteri di scelta digital oriented? La risposta è no, almeno stando a quanto ci spiega Walter Vannini di IWA Italy che modererà l’Academy “Competenze digitali per i progetti SmartCity”. Secondo Vannini l’Italia sconta vent’anni in cui in molti si sono avventurati nel mercato del digitale creando una stortura di fondo: “nel nostro immaginario, chi si occupa di digitale è ancora il ragazzo di “Wargames”, un film che era già un inno alla faciloneria quando uscì nel 1983. A questo si aggiunga la completa mancanza di visione del nostro sistema universitario, mai andato oltre la figura del programmatore o del sistemista ossia la manovalanza, e la completa svalutazione delle lauree con l’introduzione del 3+2. Nel frattempo il mercato si è approvvigionato come ha saputo, ossia alla bell’e meglio perché chi doveva promuovere l’importanza della cultura digitale (appunto, le università) pensava di qualificare i propri laureati con una certificazione proprietaria.” Il che vuol dire che oggi “sul mercato c’è di tutto, dal ragazzino all’hobbista al riciclato al professionista, ma PMI e PA continuano a non avere metri di paragone per esprimere le proprie esigenze in termini di competenze, a usare il costo come unico metro.” Ecco perchè sta anche alle associazioni svolgere un’azione fondamentale: “il lavoro di IWA sulle Web Skills (che va notato è uno standard aperto, non proprietario a cui chiunque può contribuire, come accade per il Web) è l’unico strumento che permetta a un selezionatore di sapere a che profilo deve fare riferimento e, per contro, di fare ricerche in cui al candidato non venga richiesta l’onniscienza, come accade regolarmente.”

Quando questa “faciloneria” entra nella PA che guarda alle smart city il problema diventa ancora più pesante: il primo problema è che le “PMI e PA non hanno ancora le capacità per selezionare le competenze di cui hanno effettivamente bisogno.” Il secondo è che c’è  “una grossa svalutazione delle professionalità, a cui si aggiungono le modalità di acquisizione nel settore pubblico, che premiano sempre i prezzi più bassi e i dilettanti allo sbaraglio.” Infine le PA non hanno ancora  piena consapevolezza del fatto che esse vivano di dati. “Ogni archivio è visto come feudo del tal dirigente, la comunicazione fra funzioni ha modalità borboniche. A questo si aggiunga la diffusa non interoperabilità degli svariati sistemi gestionali per cui, tipicamente, il protocollo riceve una fattura elettronica ma poi non è in grado di trasferirla all’amministrazione. E questo è ancora nulla: intraprendere un progetto data-driven significa definire un processo, non semplicemente adottare una tecnologia. Se non si definisce con cura su quali dati si vuole operare, da dove vengono, chi li manipola, quali risposte cerchiamo e soprattutto con quali domande cerchiamo di ottenere quelle risposte, è certo che tutto si ridurrà a qualche decina di grafici in PowerPoint in cui ciascuno potrà leggere ciò che più gli aggrada. Spesso questo è proprio ciò che qualcuno desidera, la foglia di fico del cosiddetto “data-informed”: i dati ci sono, ma non intaccano minimamente l’autonomia decisionale del dirigente, non sia mai.” 

 

 

 

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