I consumatori e il sonno della ragione

Se pensiamo al modo in cui facevamo la spesa 10 o 20 anni fa e proviamo a confrontarlo con quello odierno, non possiamo fare a meno di notare le enormi differenze; nel corso degli anni abbiamo modificato le nostre abitudini in maniera considerevole, sotto diversi aspetti.
Alimenti “OGM free”, “biologici”, “da commercio equo e solidale”, “km 0” sono arrivati, da nicchia di mercato quali erano, ad occupare interi scaffali dei nostri supermercati e il loro prezzo sta mano a mano diminuendo.

Siamo anche diventati consumatori molto più esigenti: vogliamo poter leggere l’etichetta e ricavare da essa quante più informazioni possibile su ciò che stiamo acquistando; provenienza, materie prime, allergeni, valori nutrizionali completi, additivi, luogo di lavorazione, sono tutte informazioni che ormai diamo per scontato essere presenti e ben evidenti. Le aziende produttrici si sono adeguate, non solo agli obblighi di legge, ma anche al desiderio dei consumatori: un esempio su tutti, la comparsa della dicitura “senza olio di palma” su moltissimi prodotti (anche su quelli che non ne hanno mai contenuto).

Ma cosa ha portato alla situazione attuale?

Certo, la capacità del legislatore di recepire le normative europee su sicurezza e tracciabilità dei prodotti e di applicarle in maniera adeguata (portando il nostro Paese ad essere un esempio positivo in Europa per numero e accuratezza dei controlli), ma non soltanto questo.
Fondamentale è stato il comportamento di noi consumatori, soprattutto di coloro che fin dall’inizio hanno deciso di cambiare le proprie abitudini di acquisto, scegliendo prodotti che, a fronte di un prezzo maggiore rispetto agli altri, offrivano caratteristiche produttive o qualitative particolari.

Abbiamo, come dice Leonardo Becchetti nel suo libro ‘Wikieconomia’, votato con il portafogli, usando il nostro potere di acquisto per favorire i prodotti (e, di conseguenza, le aziende) che rispondessero alle nostre esigenze, sotto diversi punti di vista.

Questo cambiamento nelle nostre abitudini non è stato certo facile: abbiamo imparato a leggere le etichette, abbiamo speso di più per comprare gli stessi generi alimentari, abbiamo fatto più strada per recarci nel supermercato che offrisse questo tipo di merce, ci siamo svegliati presto per andare al mercato a comprare frutta e verdura fresche e non trattate.
Eppure non ci sogneremmo mai di tornare indietro, di rinunciare ai vantaggi in termini di benessere, salute, impatto ambientale, ecc., derivanti da queste scelte, soltanto (magari) per fare la spesa più velocemente.

Cosa ha a che fare ciò con il digitale e la tecnologia? Moltissimo!

Per quanto riguarda i nostri acquisti tecnologici, le nostre abitudini di consumo sono simili a quelle alimentari di 20 anni fa (o anche più, in alcuni casi). Scegliamo il computer o lo smartphone che costi il meno possibile, il software preinstallato nel dispositivo, il prodotto digitale più rapido da acquistare, l’app che “ce l’hanno tutti”; cambiamo dispositivo compulsivamente, buttando il “vecchio” nella spazzatura.

Facciamo buon viso al cattivo (spesso pessimo) gioco del modo in cui vengono gestiti i nostri dati personali e non ci preoccupiamo dell’impatto ambientale.
Per fare una provocazione, sappiamo quale sia l’impatto ambientale dell’allevamento di bovini, ma non abbiamo idea di quanto inquinante sia quel “vecchio” computer che abbiamo abbandonato accanto al cassonetto; sappiamo quanto soffrano le galline in gabbia, ma non ci preoccupiamo degli operai che, nei paesi in via di sviluppo, per una miseria di stipendio, producono i nostri gadget elettronici da centinaia di euro.

Il sonno della ragione genera mostri” e noi abbiamo generato mostri in forma di immense aziende che detengono la stragrande maggioranza del mercato tecnologico, possiedono i nostri dati personali, decidono in quasi totale autonomia il futuro della rete e dell’innovazione tecnologica e sfruttano le popolazioni meno tutelate di noi per produrre a bassissimo costo dispositivi status symbol, da rivenderci a prezzi che definire maggiorati sarebbe un eufemismo.

Per fortuna anche in questo settore esistono dei pionieri, che scelgono di acquistare prodotti più costosi ma più rispettosi della privacy e della dignità umana dei lavoratori, di utilizzare software e sistemi operativi scritti per funzionare bene e non per costringere l’utente a cambiare PC ogni anno e formati di file che non leghino ad un solo prodotto e produttore per sempre.

Capire che (come accaduto per il consumo alimentare) solo informandoci, cercando e, ovviamente, facendo qualche sacrificio in termini di tempo e denaro possiamo migliorare lo stato delle cose.
Non si può ottenere tutto insieme, ovvio. Ci vorrà del tempo. Ma almeno possiamo cominciare a renderci conto del problema e risvegliare la nostra ragione assopita.

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