Dallo Stato sociale al Pianeta Sociale

Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, l’ultimo animale libero ucciso.
Solo allora vi accorgerete che i soldi non si possono mangiare.

(Proverbio degli Indiani d’America)

Lo scienziato americano David Sloan Wilson sostiene che “L’evoluzione della nostra società non può fare a meno dell’altruismo”. Sono decenni che il paradigma individualistico ha spazzato via qualsiasi altra possibile alternativa. Nel suo libro “L’Altruismo. La cultura, la genetica e il benessere degli altri” Wilson sceglie di andare controcorrente, affermando che Il processo di selezione naturale non avverrebbe soltanto a livello individuale, ma anche a livello di gruppo, “all’interno di un gruppo l’egoismo batte l’altruismo. I gruppi altruisti battono i gruppi egoisti”. Quindi ampliando i suoi concetti alla scienza economica, per Wilson l’unica visione possibile è quella che rivaluta la generosità. “Durante l’evoluzione”, ammette Wilson, “si è formata nell’uomo una capacità di collaborazione di gruppo in grado di operare senza che gli individui ne siano coscienti. (…) L’errore fondamentale fu ipotizzare che questo tipo di auto-organizzazione possa derivare dalla semplice nozione di interesse egoistico (…) ci sono volute centinaia, se non addirittura migliaia di anni di evoluzione culturale per selezionare i processi di auto-organizzazione che funzionano, veri e propri aghi nel pagliaio dei processi di auto-organizzazione che non funzionano!”.

In una conversazione con Mariapaola Leporale, pubblicata su MicroMega, il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman propone di passare dall’idea di Stato sociale a quella di “Pianeta sociale” per raggiungere un’integrazione a livello di umanità, includendo tutti i popoli del pianeta. “Ci sono validi motivi per affermare che in un pianeta globalizzato, in cui le condizioni di chiunque in ogni parte del globo si determinano reciprocamente, nessuno possa più garantire libertà e democrazia «separatamente» – nell’isolamento, cioè in un solo paese, o in uno sparuto gruppo. Il destino della libertà e della democrazia in ogni luogo è deciso sul palcoscenico mondiale e solo a questo livello può essere difeso con una possibilità concreta di raggiungere un successo duraturo. I singoli Stati, per quanto siano ricchi di risorse, determinati nell’impresa e dotati di un ottimo esercito, non riusciranno più a difendere valori scelti all’interno dei confini nazionali mentre ignorano i sogni e gli struggimenti di coloro che stanno al di fuori di essi. (…) Una delle condizioni cruciali affinché questo incarico possa essere assunto e portato a termine è la creazione di un equivalente su scala globale dello Stato sociale, che ha completato e corroborato la precedente fase della storia della modernità, quella dell’integrazione delle tribù in Stati nazione. (…)

Interdipendenza e interconnessione veicolano la globalizzazione dei moderni flussi digitali. “Quando il governo cinese, – annota Friedman – nell’estate del 2015, ha fatto qualche passo falso in campo finanziario dando una scossa ai suoi mercati, gli americani ne hanno immediatamente avvertito le ripercussioni nei loro conti pensionistici e nei loro portafogli azionari”

Nel suo libro “Come salvare il capitalismo”, Robert Reich, professore di economia a Berkeley, già Segretario del lavoro per due anni con il Presidente Clinton, apre con un ricordo della sua infanzia: “Ricordate quando il reddito di un insegnante elementare o di un fornaio o di un meccanico bastavano per comprare una casa, avere due auto e tirar su famiglia? Io lo ricordo, mio padre aveva un negozio nella strada principale di una piccola città in cui vendeva vestiti da donna alle mogli dei lavoratori della fabbrica. Guadagnava abbastanza per farci crescere confortevolmente. Non eravamo ricchi ma non ci sentivamo poveri“.

Secondo Reich il mercato è regolato dagli interessi di una minoranza che ha accentrato il potere politico e le risorse nelle sue mani: le grandi corporation hanno scritto le regole dell’economia e le spacciano per legge naturale.

Limitare questo sconfinato potere di un’elite finanziaria e ridare voce alle comunità è forse la strada da intraprendere.

“Il futuro è già qui” ci dice il geopolitologo Parag Khanna nel suo libro La rinascita delle Città-Statoentro trent’anni la politica mondiale sarà dominata da macro-città, megalopoli influenti e così connesse fra loro da non doversi più piegare al concetto di confine. Città- stato efficienti sul modello di quelle antiche: dunque non necessariamente indipendenti ma con un’autonomia tale da potersi impegnare in relazioni globali di cui beneficerà tutto il territorio circostante”.

Ma il momento attuale è anche un momento di ridefinizione dei valori della nostra società. Nel libro Domani di Cyril Dion, Pierre Rabhi, un agricoltore, scrittore e pensatore francese di origine algerina, pioniere dell’agroecologia, fa una riflessione molto importante. “Una delle aberrazioni del sistema mondiale è la famosa crescita economica infinita, che viene invocata continuamente come la soluzione a tutti i nostri mali, quando invece è il nostro problema principale. L’idea di crescita senza fine scatena un’umanità insaziabile che, invece di considerare il pianeta come un vero miracolo, una meravigliosa oasi persa al centro di un grande deserto siderale nella quale è così bello vivere, lo vede come un giacimento di risorse da esaurire fino all’ultimo pesce e all’ultimo albero. (…) Da un lato abbiamo popolazioni sicuramente ricche, ma che consumano molti ansiolitici per compensare il loro malessere e, dall’altra, un’umanità emarginata. La ricerca sfrenata del profitto ha portato alla standardizzazione del mondo”.

L’esperienza del COVID sta cambiando molte delle cosiddette convinzioni del passato, fra cui modelli economici obsoleti ingiusti e sostanzialmente suicidi. Speriamo che questa tragica esperienza ci faccia passare da un sistema attuale di capitalismo selvaggio ad un capitalismo più comunitario in cui è inevitabile una redistribuzione più giusta delle ricchezze e una uscita dalla insostenibilità attuale.

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Roberto Panzarani
Roberto Panzarani è docente di Innovation Management. Studioso delle problematiche relative al capitale intellettuale in contesti ad elevata innovazione e autore di svariate pubblicazioni. Da molti anni opera nella formazione in Italia. Esperto di Business Innovation, attualmente si occupa dello sviluppo di programmi di innovazione manageriale per il top management delle principali aziende e istituzioni italiane e internazionali. Viaggia continuamente per il mondo, accompagnando le aziende italiane nei principali luoghi dell’innovazione dalla Silicon alla Bangalore Valley, all’Electronic City di Tel Aviv, ai paesi emergenti del Bric e del Civets. L’intento è quello di facilitare cambiamenti interni alle aziende stesse e di creare per loro occasioni di Business nel “nuovo mondo”. L’ultimo suo libro è “Viaggio nell'innovazione. Dentro gli ecosistemi del cambiamento globale”, Guerini e Associati, 2019.

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