La scuola italiana dopo la Didattica a Distanza: logistica o sostenibilità digitale?

Sei mesi fa il lockdown ha imposto alla scuola italiana di continuare a tenere in piedi il rapporto educativo e didattico con gli studenti immaginando ambienti virtuali alternativi alla didattica in presenza. Da un giorno all’altro, senza strumenti specifici, con strategie elaborate sulla base delle esperienze e delle competenze disponibili all’interno delle singole scuole, attivando reti di collaborazione tra docenti e tra istituti: nasce così la Didattica a Distanza (DaD).

In questi mesi spesso si è scambiata la Didattica a Distanza con l’e-learning, perciò è importante precisare le differenze profonde che le caratterizzano: l’e-learning struttura obiettivi e contenuti sulla base di metodologie e strumenti appositamente elaborati per la fruizione da remoto, la Didattica a Distanza di cui abbiamo avuto esperienza nelle scuole italiane ha rappresentato il tentativo di riempire, attraverso l’utilizzo di ambienti digitali, il vuoto determinato dalla sospensione improvvisa, imprevista ed imprevedibile della didattica in presenza. Un’esperienza che nasce da una necessità improvvisa, non rinviabile, a cui si è fornita una risposta empirica nella quale ogni scuola, ogni docente ha cercato di utilizzare il meglio delle competenze acquisite e acquisibili. Un’esperienza nella quale le scuole si sono impegnate con grande generosità nel tentativo, forse non sempre pienamente consapevole, di fornire un orizzonte di senso al proprio agire, nel momento in cui il senso delle attività quotidiane di ognuno era diventato evanescente.

Questa percezione coincide perfettamente con il ricordo personale: come dirigente scolastico ho sentito in maniera fortissima la responsabilità di fornire a docenti e studenti, la possibilità di disporre di un ambiente di apprendimento, virtuale certo, nel quale garantire la possibilità di continuare a lavorare, studiare, confrontarsi, essere vicini. Giornate di lavoro instancabile; lavoro nel quale si diluiva anche la drammaticità della situazione che tutti stavamo vivendo.

Con tutti i limiti che non sfuggono certo a chi vive la scuola dall’interno, la DaD ha coinvolto una quantità enorme di energie professionali e umane, ha attivato circuiti virtuosi di collaborazione tra scuole, docenti, studenti; ha prodotto competenze che nessun piano di formazione sarebbe riuscito ad ottenere con tale rapidità. La scarsa omogeneità di quanto fatto dalle singole scuole, e anche all’interno di esse, sono un dato: come poteva accadere diversamente in un sistema scolastico che, ancora oggi, oppone resistenze ed ostruzionismi all’utilizzo di strategie e meccanismi di coordinamento?

Avendo vissuto questo periodo dall’osservatorio privilegiato di dirigente scolastico, ho visto accendersi nei docenti entusiasmi e volontà di acquisire competenze digitali con una rapidità tale che mai avrei immaginato possibile. È stato bello e entusiasmante trascorrere un tempo dilatato al lavoro per abilitare docenti e studenti all’utilizzo di piattaforme di apprendimento condivise; per elaborare documenti nei quali fornire indicazioni per collocare l’agire di ognuno in un orizzonte di senso comune a tutta la scuola. È stato bello ricevere l’apprezzamento di studenti e famiglie per i risultati del lavoro svolto.

Ma è stato bello prendere atto che la scuola aveva acquistato centralità nel dibattito pubblico: finalmente nel mainstream la scuola aveva una connotazione positiva. Ho pensato, in tanti abbiamo pensato, ne usciremo migliori: è davvero possibile dare valore alla scuola, a chi nella scuola lavora e si impegna.

E poi, improvvisamente, nell’arco di pochi giorni, il pensiero mainstream sulla scuola è cambiato. La gratitudine collettiva per quanto era stato realizzato con la Didattica a Distanza si è volatilizzata; la didattica tradizionale, frontale, in presenza è diventata nella rappresentazione collettiva una sorta di paradiso perduto, contrapposto alla DaD da cui bisognava fuggire lontano, anche senza sapere bene per andare dove. La priorità è diventata riportare gli studenti in classe, in qualsiasi modo; e se il distanziamento imponeva misure di contenimento, si spostava l’attenzione esclusivamente sulle condizioni logistiche: le modalità di attuazione della didattica diventavano accessorio di scarsa importanza. E, come in un baleno, ci siamo ritrovati ad assistere alla telenovela estiva sui banchi monoposto e sulle sedute didattiche innovative, sulla scuola possibile negli oratori, nei cinema e nei musei. La didattica ridotta a problema logistico: banchi monoposto e sedie con rotelle diventano la nuova frontiera dell’innovazione. Con l’aggravante di trascurare i reali problemi di logistica di una scuola: i problemi degli spazi, dei laboratori, la gestione del personale; i problemi della sicurezza…

Lo sforzo di immaginare che l’esperienza della DaD, attraverso una opportuna integrazione di strumenti e metodi, possa rivitalizzare una didattica che mostra ampi limiti, non sembra abitare ai piani nobili in viale Trastevere. La Didattica Digitale Integrata, (che pure viene evocata in un apposito documento ministeriale: le Linee guida per la Didattica Digitale Integrata che chiamano tutte le scuole a dotarsi di un Piano Scolastico per la DDI), viene interpretata come semplice riproduzione in ambiente virtuale delle modalità operative e metodologiche della didattica in presenza. Il “Collegio docenti è chiamato a fissare criteri e modalità per erogare didattica digitale integrata, adattando la progettazione dell’attività educativa e didattica in presenza alla modalità a distanza”: questo è l’obiettivo, adattamento la parola chiave. Sostenibilità digitale della didattica, questa sconosciuta.

Eppure soluzioni sostenibili, di reale integrazione tra didattica in presenza e da remoto, sarebbero a portata di mano, se solo si applicasse un criterio di coerenza funzionale tra contenuti ed obiettivi da raggiungere e specifiche attività didattiche da realizzare. Se si sollecitasse una revisione della programmazione e della organizzazione didattica attraverso l’individuazione di attività da svolgere da remoto con scadenze assegnata, lezioni da remoto in modalità sincrona, attività in presenza in presenza (con gruppi ridotti per numero) finalizzata ad approfondimenti, ad attività laboratoriali, a verifiche. Un aspetto fondamentale di tale approccio riguarda la condivisione dei materiali realizzati e la loro replicabilità. Dal punto di vista organizzativo le attività potrebbero essere programmate con il riferimento ad unità temporali equivalenti l’ora di lezione. Ripensare la organizzazione della didattica in chiave di sostenibilità digitale: questa è la sfida che la scuola italiana dovrebbe raccogliere. Per essere pronta ad affrontare le sfide che la pandemia non ancora debellata presenta, ma non solo. Una sfida che va detto, nelle realtà più avanzate, con grande fatica, sfruttando i margini di lavoro offerti dall’autonoma scolastica, molte scuole provano a portare avanti.

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Noemi Fiorini
Dirigente Scolastico. Si occupa di innovazione nella didattica e di formazione all’utilizzo delle tecnologie digitali. Su incarico dell’USR Lazio e in collaborazione con Digilab - Sapienza Università di Roma, ha coordinato la formazione degli Animatori Digitali della Regione Lazio. Ha coordinato anche i percorsi formativi dei Team per l’Innovazione delle province del Lazio e, quale responsabile di Snodo Formativo Territoriale, le attività di formazione del personale scolastico all’utilizzo delle tecnologie digitali. Nell’ambito dei percorsi formativi per docenti FutureLabs, - promossi dall’Ufficio Innovazione Digitale del Ministero dell’Istruzione, - in rete con altre scuole del Lazio e con il supporto di un ampio e consolidato gruppo di formatori, ha realizzato il percorso formativo Didattica a Distanza in emergenza. Nella scuola che ha diretto è stato realizzato il prototipo del progetto di educazione digitale ROLS-Rompiamo le Scatole, promosso da Aci Informatica e da Digital Transformation Institute nell’ambito delle iniziative promosse da Repubblica Digitale.

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