Conflitti e tipi digitali

Nel nostro rapporto con il digitale e in particolare nella relazione tra tecnologia e sostenibilità, verosimilmente molti di noi tendono ad avere una percezione limitata del conflitto e delle emozioni che esso suscita: il primo contributo di Giuliano Castigliego per la sua nuova rubrica "Sulla via psicologica della Sostenibilità Digitale"

Immagine distribuita da Veectezy con licenza CCO

Non ho purtroppo molta dimestichezza con i numeri ma sufficiente almeno a rilevare che la somma di 85 + 45 fa un po’ più di cento. Mi riferisco ai risultati dell’indagine dell’aprile 2022 su “Il ruolo della tecnologia come strumento di sostenibilità nella percezione del cittadino” commissionata dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale all’Istituto Piepoli.
Gli italiani, che sulla base dei risultati dell’indagine sono stati classificati nelle quattro categorie di insostenibili analogici, sostenibili analogici, insostenibili digitali e sostenibili digitali, hanno dimostrato di fronte ad alcune domande una capacità di conciliare gli opposti che nemmeno i più smaliziati politici… Posti di fronte alla richiesta di posizionarsi di fronte al rapporto tra tecnologia digitale e sostenibilità, gli italiani hanno da un lato sostenuto in grande maggioranza (80-85%) che la tecnologia digitale sia uno strumento utile per la sostenibilità ambientale, per lo sviluppo economico (benessere diffuso), la sostenibilità sociale (parità di genere, miglioramento delle condizioni di lavoro) mentre dall’altra circa la  metà non ha esitato a sostenere che lo sviluppo tecnologico è fonte di diseguaglianze, perdita di lavoro, ingiustizia sociale (57%) o addirittura un ostacolo per la concretizzazione di modelli di lavoro sostenibile (45%). (Vd. Immagine 1).

Immagine 1

Come si conciliano affermazioni e percentuali che non solo appaiono ma sono contraddittorie? La mia riflessione, priva di ogni nozione sociologica, si basa solo su analisi psicologiche e psicoanalitiche nell’intento di giungere a comprendere resistenze e conflitti sottesi alle contraddizioni per poi superarli. Ad un primo sguardo sembra che il campione abbia risposto sollecitato da stimoli diversi, come se reagisse ad uno stesso pezzo musicale, suonato però da strumenti diversi. Quando nelle affermazioni l’accento veniva posto sulla tecnologia digitale (che potremmo paragonare forse alla batteria) i soggetti sembrano aver avuto in mente solo questo tema, la sostenibilità digitale appunto ed aver risposto come ci si attende che facciano soggetti al passo con i tempi: la tecnologia digitale è
cosa buona… per tutto. Quando, nella domanda successiva, sono stati chiaramente denominati i problemi che dalla tecnologia digitale potrebbero derivare (diseguaglianze, perdita di posti di lavoro, ingiustizia sociale) l’accento dell‘intervistato sembra essersi d’un tratto spostato sulle zone d’ombra, sulla malinconica melodia del violoncello, cosicché il suo atteggiamento nei confronti della tecnologia digitale è divenuto molto più scettico, addirittura ostile al punto da considerarla un ostacolo per la concretizzazione di modelli di sviluppo sostenibile. Al di là delle molteplici spiegazioni sociologiche possibili, questa contraddizione rivela, da un punto di vista psicologico, un conflitto del quale il
soggetto non è consapevole, come se, con gli occhi bendati, percepisse parti diverse di uno stesso animale, il noto elefante. Viene spontaneo immaginare allora che la prima cosa da fare sia togliergli la benda dagli occhi, ossia, fuor di metafora, invitarlo a rendersi conto che si trova di fronte ad un conflitto, anzi due: uno, fuori di lui, tra tecnologia digitale e sostenibilità e almeno un altro, dentro di lui.
Il rapporto tra tecnologia digitale e sostenibilità non è scontato né immutabile. Stefano Epifani ha mostrato nel suo “Sostenibilità digitale” quanto complessi e delicati siano i rapporti tra tecnologia digitale, sistema sociale, economico, naturale e dunque quanto necessario sia avere sempre piena consapevolezza che cambiamenti in un sistema si ripercuotono inevitabilmente negli altri. Sulla base di tale consapevolezza e, si spera, con il fine di realizzare un mondo più giusto quale quello prefigurato dall’Agenda 2030, la tecnologia digitale va gestita e indirizzata con decisioni coerenti e concrete.
Ma torniamo all’interiorità psicologica, che è il mio campo. Ormai anche noi analogici siamo migrati, bene o male, nel digitale, ma il digitale – magari anche il suo inconscio– continua ad esercitare un sentimento perturbante in noi, analogo a quello che le macchine nei secoli precedenti avevano esercitato sui nostri antenati. Teniamo razionalmente a bada questo sentimento fin tanto che ci troviamo in situazioni concrete nelle quali i vantaggi del digitale sono davanti ai nostri occhi, quando ci troviamo ad es. in società e sappiamo che non possiamo permetterci di fare brutte figure da cafoni analogici ma dentro di noi l’inquietudine permane ed agisce in sottofondo, rendendoci scettici, sospettosi, spesso pessimisti sulle conseguenze future che dal digitale potrebbero derivare. Insomma
non ci sentiamo a casa nostra nel digitale, abbiamo un sentimento d’estraneità che non se ne vuole andare ma non vogliamo ammetterlo. (Freud direbbe che è il rimosso che ritorna).
Un primo conflitto consiste dunque nel fatto che non ammettiamo il conflitto, lo rimuoviamo, vorremmo disinstallarlo come un programma obsoleto mentre il conflitto dentro di noi permane.
Si potrebbe allora affermare che nel nostro rapporto con il digitale e in particolare nella relazione tra tecnologia e sostenibilità, verosimilmente molti di noi – viste le percentuali di contraddittorietà – tendono ad avere una percezione limitata del conflitto e delle emozioni che esso suscita.
Ciò può avvenire in forma passiva nel caso in cui non sperimentiamo alcuna sensazione di tensione interiore, ci lasciamo semplicemente trascinare dalle convenzioni o dalle mode: adesso va di moda il digitale? e noi siamo digitali. La soluzione è simile a quella dello pseudo-dilemma “o Francia o Spagna, l’importante è che se magna”, “analogico o digitale, l’importante è non star male”. Coloro che non si pongono nemmeno il problema della possibile relazione conflittuale tra digitale e sostenibilità, che non percepiscono nemmeno il conflitto, esteriore ed interiore, sono i cultori della moda digitale, della digitalizzazione, di tutto ciò che è digital, dall’agenda allo zuzzurellone. È ipotizzabile, che molti di loro possano affermare che la tecnologia digitale sia uno strumento utile per la sostenibilità ambientale, per lo sviluppo economico (benessere diffuso), la sostenibilità sociale (parità di genere, miglioramento delle condizioni di lavoro) e al contempo, senza nemmeno percepire la contraddizione, sostenere che lo sviluppo tecnologico è fonte di diseguaglianze, perdita di lavoro, ingiustizia sociale o addirittura un ostacolo per la concretizzazione di modelli di lavoro sostenibile.
Nella modalità attiva manteniamo i conflitti fuori dal nostro corpo o dalla nostra coscienza reprimendo invece i sentimenti. Prediligiamo un approccio sobrio, fattuale, tecnico e logico che ci evita sentimenti e conflitti e il digitale sembra fare al caso nostro, ma solo fino a ché nessun conflitto concreto si frappone tra noi e il digitale. È ipotizzabile che chi assume più o meno consciamente questo atteggiamento sia tra coloro che non sono più a favore della sostenibilità digitale se questa comporta un maggior esborso economico. Anche in questo caso il conflitto non viene esplicitato come tale e risolto ma accantonato quando crea fastidio. Sono i sostenitori del digitale “a condizione che”.
Ciò vale anche per la sostenibilità sociale e ambientale che, a seconda di come le domande vengono impostate, possono essere spostate dal primo, secondo o terzo posto. “La natura ha un valore primario. Rispettare la natura ha la precedenza sugli interessi collettivi”: primo posto 44%, secondo posto 33%, terzo posto 23%”. “Gli interessi collettivi hanno la precedenza su quelli individuali e la natura ha un valore primario”: primo posto 38%, secondo posto 34%, terzo posto 27%. “La natura ha un valore strumentale rispetto alle persone, nel rispetto delle generazioni che verranno dopo la nostra”: primo posto 17%, secondo posto 33%, terzo posto 50%. (Vd. immagine 2).

Immagine 2

Ma, a ben guardare, nelle risposte degli italiani sul tema del rapporto tra tecnologia digitale e sostenibilità, si può leggere anche un secondo asse di conflitto. (Si sa che gli psichiatri sono generosi con i conflitti altrui, non li negano mai a nessuno… salvo che a sé stessi, naturalmente). È il conflitto tra dipendenza e autonomia, che ruota attorno alla nostra ricerca di attaccamento e relazione da un lato, e al nostro desiderio di indipendenza e alla nostra paura della responsabilità dall’altro. Certo si tratta qui di un attaccamento sui generis, non paragonabile a quello che ci lega alla mamma. Il digitale, almeno per il momento, non ci culla, non ci coccola, non ci consola e rassicura quando stiamo male o
ci siamo fatti male, anche se a questo riguardo i robot assistenti sono alle porte. Insomma, pur senza presentare le caratteristiche emozionali di un vero attaccamento ad un caregiver, il nostro rapporto con il digitale è molto importante nella nostra vita quotidiana ed è destinato a divenirlo ancor di più in futuro e può essere dunque paragonato a una forma, un po’ speciale, di attaccamento (nel senso di Bowlby). Di conseguenza il rapporto con il digitale e con la sua sostenibilità può essere declinato con modalità che vanno dalla dipendenza fino all’autonomia. Nel primo caso ricerchiamo attivamente la
dipendenza dal digitale, salvo nasconderla agli occhi degli altri e anche di noi stessi con alibi di diverso tipo (il lavoro, la solitudine, il desiderio di essere informati, di non essere esclusi fino al Fear of Missing Out, etc). Difficile in questo caso che da noi partano iniziative per cambiare qualcosa. Ci adattiamo alla situazione di volta in volta data, e lasciamo ad altri la responsabilità di cambiare qualcosa. È ipotizzabile che la tendenza alla dipendenza digitale influisca significativamente sull’atteggiamento degli italiani nei confronti della privacy, nel senso che persone con tendenza alla dipendenza digitale sono più
facilmente indotte a non rivendicare diritti nei confronti dei propri dati all’interno delle piattaforme o sugli algoritmi alla base delle piattaforme. Il 49% del campione intervistato è d’accordo o abbastanza d’accordo sul fatto che “ i dati sul comportamento degli utenti prodotti all’interno delle piattaforme digitali come Facebook sono di proprietà della piattaforma”, e il 48% è d’accordo abbastanza d’accordo sul fatto che “lo sviluppo di servizi migliori, basati sulla personalizzazione, è più importante della privacy degli utenti” e infine che “le scelte delle grandi aziende digitali come Facebook Google Apple ed Amazon devono essere lasciate al libero mercato con minimi interventi regolamentari”. (Vd immagine 3).

Immagine 3

Nella modalità attiva, poiché il nostro obiettivo più importante nella vita è stabilire e mantenere l’indipendenza emotiva ed esistenziale, anche il nostro rapporto con il digitale e la sua sostenibilità sarà improntato ad un’analoga ricerca di autonomia, sentendoci rapidamente limitati e minacciati dal digitale. Preferiamo avere o illuderci di avere il controllo e prediligiamo scelte individuali rimanendo il più possibile lontani da dinamiche di gruppo anche in ambito digitale.

Riassumendo, potremmo allora distinguere, da un punto di vista psicologico, riguardo alla relazione tra tecnologia digitale e sostenibilità tre categorie di italiani:
I digitali alla moda, à la page, hanno una percezione estremamente limitata del conflitto e delle emozioni che esso suscita. Reagiscono in forma passiva, non sperimentano sensazioni di tensione interiore e si lasciano semplicemente trascinare dalle convenzioni e dalle mode;
I digitali a condizione che, prediligono un approccio sobrio, fattuale, tecnico e logico, quale quello digitale, salvo poi disinteressarsi della sostenibilità quando questa tocca il loro portafoglio;
I digitali consapevoli infine, realizzano pienamente la possibile conflittualità tra tecnologia digitale e sostenibilità, cercano attivamente e trovano soluzioni al conflitto facendo riferimento a valori condivisi.

Riguardo al rapporto degli italiani con la tecnologia digitale in quanto tale, si può individuare un’ulteriore distinzione in tre categorie:
I digitali-dipendenti ricercano attivamente la dipendenza dal digitale, salvo nasconderla agli occhi altrui e propri con alibi di diverso tipo (il lavoro, la solitudine, il desiderio di essere informati, di non essere esclusi fino al Fear of Missing Out, etc). È ipotizzabile che la tendenza alla dipendenza digitale influisca significativamente sull’atteggiamento rinunciatario nei confronti della privacy;
I digitali-evitanti ricercano l’indipendenza emotiva ed esistenziale anche nel rapporto con il digitale, sentendosi rapidamente limitati e minacciati dallo stesso. Preferiscono avere o illudersi di avere il controllo, rimanendo il più possibile lontani da dinamiche di gruppo anche in ambito digitale.
I digitali-sicuri hanno anche con il digitale, così come con le persone più significative delle loro vite, un rapporto improntato ad una cauta sicurezza e ad una fiducia non priva di capacità critica.

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