Open Data per la sostenibilità – Obiettivo 6 – Acqua pulita e servizi igienici sanitari

L'apertura dei dati ricopre un ruolo fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi di Agenda 2030: nello specifico, vediamo in che modo può contribuire al conseguimento del SDG 6 e quali progetti, per questo obiettivo, sono stati messi in campo

Nel precedente articolo abbiamo parlato della nostra intenzione di avviare la rubrica “open data per la sostenibilità” perché riteniamo che il paradigma dei dati aperti possa essere la leva giusta per poter conseguire, anche più rapidamente, gli obiettivi dell’agenda ONU 2030.

Abbiamo anche scoperto che non siamo gli unici a pensarlo.

Introduzione

Già nel lontano 2015 World Bank ha pubblicato il documento “Open Data for Sustainable Development”. Nell’articolo si discute del ruolo dei dati aperti, principalmente del settore pubblico, ma anche di altre organizzazioni internazionali e della società civile, intendendo non solo dati statistici ma anche ogni altro tipo di dato operativo, amministrativo e di riferimento in svariati settori applicativi di pertinenza dell’agenda 2030. Nel documento si sottolinea che il paradigma dei dati aperti può portare ad almeno quattro benefici fondamentali generali nel contesto degli obiettivi di sostenibilità:

  1. Promuovere una crescita economica e la creazione di nuovi posti di lavoro, alimentando la nascita di nuove aziende, che possono fornire servizi innovativi per una società più sostenibile, oppure aiutando aziende esistenti a operare in maniera più moderna, efficace e redditizia;
  2. Migliorare l’efficacia e l’efficienza dei servizi pubblici, come, per esempio, migliorare l’efficacia di servizi sanitari o di erogazione di beni comuni come l’acqua;
  3. Incrementare la trasparenza dell’azione del governo pubblico e la partecipazione dei cittadinirendendo la società più informata e quindi più consapevole che certi comportamenti possono meglio contribuire a uno sviluppo sostenibile;
  4. Facilitare la condivisione di conoscenza tra istituzioni pubbliche, permettendo quindi di coordinare al meglio gli sforzi per migliorare, per esempio, i trasporti o altre infrastrutture strategiche dei Paesi o per affrontare disastri ambientali.

Nel suddetto documento si afferma inoltre che, affinché i programmi sui dati aperti del settore pubblico possano essere efficaci, non è sufficiente semplicemente renderli aperti, ma è necessario accompagnare l’apertura ad azioni di coinvolgimento della cittadinanza, di definizione di politiche chiare sull’uso dei dati, concentrandosi sulla qualità dei dati (sottolineiamolo!) più importanti per raggiungere gli obiettivi.

La necessità di avere dati aperti per l’agenda 2030 si ritrova anche in diversi altri lavori scientifici sul tema, dove si afferma che uno degli aspetti più critici per valutare a che punto siamo con lo sviluppo sostenibile è di avere sufficiente informazione aperta che ci consenta di capirlo. Già nell’articolo di Klopp and Petretta della Columbia University del 2017 si dice che una delle sfide più grandi per gli obiettivi SDGs è la limitata disponibilità di dati aperti sulle città.

Si vuole sperare che a oggi la situazione sia cambiata in questo senso, anche se quanto si legge nella relazione annuale sull’attuazione e la realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) (2021) ci fa pensare che sia ancora necessario esortare a fare di più in questa direzione. Infatti, nella relazione si invita la Commissione Europea “ad aggiungere dati relativi agli obiettivi di sviluppo sostenibile alle serie di dati di elevato valore, quali definite dalla direttiva sui dati aperti e le informazioni del settore pubblico e a incoraggiare gli Stati membri a pubblicare tutte le relazioni sugli obiettivi di sviluppo sostenibile sotto una licenza libera”.

Pensate quindi a quanto sarebbe interessante avere a disposizione un sito Web di riferimento nazionale dove, per ognuno dei 17 obiettivi e per ognuno degli indicatori individuati per ciascun obiettivo, si potessero trovare infografiche che mostrassero il livello di raggiungimento degli stessi, misurato sulla base della disponibilità di dataset di qualità, disaggregati, metadatati e quindi facilmente ricercabili, in un formato aperto, leggibile dalle macchine e con una licenza aperta. Uno strumento che raccontasse a che punto stiamo ma che ci facesse mettere anche “il dito nella marmellata” come direbbe un noto attivista open data italiano.

L’idea non sembra peregrina. Per esempio, World Bank pubblica l’”Atlas of Sustainable Development Goals” dove per ogni obiettivo si racconta la situazione globale e nel catalogo open data mette a disposizione i dati aperti dell’atlante. Il governo della Tanzania cerca di fare cosa analoga, sebbene appaia ancora iniziativa incompleta sia per obiettivi coperti sia per lista di dati utilizzati; traccia però chiaramente i fondi impiegati per azioni connesse allo sviluppo sostenibile.

Ecco, al meglio delle nostre conoscenze, in Italia non esiste un tale strumento. ISTAT, dal punto di vista statistico, traccia l’andamento degli indicatori SDGs in un rapporto annuale pubblicato sul suo sito. Di recente è stata data notizia della diffusione del rapporto 2020 con la pubblicazione (in excel chiaramente, sia mai che ci schiodiamo da questi formati!), con licenza aperta, di una serie di valori puntuali di indicatori. Interessante anche il sito della Regione Umbria “Umbria in cifre” dove si trova uno specifico focus sugli obiettivi del SDGs anche se, a una prima occhiata, i dataset aperti su cui poi si basano le storie raccontate per ciascun obiettivo non si trovano o non si trovano facilmente (e siamo sempre lì!).

Alla luce di questo scenario, proviamo ad analizzare come i dati aperti possono contribuire in ciascuno dei 17 obiettivi SDGs, tenendo conto dei relativi indicatori. Ogni obiettivo infatti è misurato attraverso un framework composto da più di 200 indicatori organizzati in una tassonomia disponibile secondo il paradigma dei Linked Open Data, ossia il massimo livello di qualità degli open data secondo la classificazione a cinque stelle dell’inventore del Web Tim-Berners Lee.

Il primo degli obiettivi che analizziamo è l’obiettivo SDG 6 – Acqua pulita e servizi igienici sanitari. L’avrete capito, non seguiremo necessariamente l’ordine di numerazione degli obiettivi.

SDG 6 – Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie

Qualche giorno fa è stata la giornata mondiale dell’acqua, una risorsa essenziale per la nostra sopravvivenza. Il nostro Pianeta ne è ricco, ma nell’agenda 2030 si afferma che “a causa di infrastrutture scadenti o cattiva gestione economica, ogni anno milioni di persone, di cui la gran parte bambini, muoiono per malattie dovute ad approvvigionamento d’acqua, servizi sanitari e livelli d’igiene inadeguati”. Per questo, l’obiettivo si pone di raggiungere entro il 2030 una serie di traguardi molto importanti che vengono riassunti di seguito:

  1. Avere un accesso universale ed equo all’acqua potabile, economica e sicura;
  2. Avere accesso a impianti sanitari e igienici adeguati ed equi per tutti;
  3. Migliorare la qualità dell’acqua eliminando discariche, riducendo l’inquinamento e il rilascio di sostanze chimiche, aumentando il riciclaggio e il reimpiego sicuro a livello globale;
  4. Aumentare l’efficienza nell’utilizzo dell’acqua in ogni settore per affrontare la carenza idrica e ridurre in modo cospicuo il numero di persone che ne subisce le conseguenze;
  5. Implementare una gestione delle risorse idriche integrata a tutti i livelli;
  6. Proteggere gli ecosistemi legati all’acqua (montagne, foreste, paludi, fiumi, ecc.);
  7. Aumentare la collaborazione internazionale e il supporto per creare attività e programmi legati all’acqua e agli impianti igienici;
  8. Supportare e rafforzare la partecipazione delle comunità locali nel miglioramento della gestione dell’acqua e degli impianti igienici.

Se guardiamo il portale dati delle Nazioni Unite relativo al solo obiettivo 6 vediamo che alcuni degli indicatori prima elencati hanno buoni valori (e.g., sulla base di un report del 2017, il 71% della popolazione mondiale utilizza un servizio di acqua potabile gestito in modo sicuro) ma altri indicatori indicano proprio un’assenza di dati (e.g., a livello globale, nel periodo 2017-2020 non sono stati riportati dati sufficienti per stimare la percentuale di corpi idrici con una buona qualità dell’acqua).

Se guardiamo al rapporto ISTAT per il solo caso dell’Italia, notiamo che “L’Italia detiene il primato europeo del prelievo di acqua per uso potabile in termini assoluti da corpi idrici superficiali e sotterranei, con valori tra i più elevati anche in termini pro capite.”. Alcuni indicatori sono in lieve miglioramento nel 2018 rispetto al 2016, per esempio l’efficienza delle reti. Rimane tuttavia, “elevata la quota di famiglie che dichiara di non fidarsi a bere l’acqua di rubinetto (29,0%) e notevoli differenze territoriali.

Ma come i dati aperti, possibilmente disaggregati, potrebbero contribuire al raggiungimento di questo obiettivo?

Si ritiene sotto diversi aspetti, aiutando a:

  1. mappare le comunità, guardando anche aspetti di genere, le strutture idriche e sanitarie e la loro dislocazione, così da avere una chiara situazione di dove sia necessario intervenire. In questo caso dati satellitari aperti, di cui si è sempre più parlato negli ultimi anni, potrebbero essere un valido aiuto. Questa tipologia di dati aperti per esempio potrebbe facilitare il calcolo dell’indicatore 1.1 – Percentuale della popolazione che usa servizi di acqua potabile gestiti in modo sicuro;
  2. tracciare il livello di qualità delle acque di balneazione, potabili, sotterranee, aprendo i dati su singoli valori analitici di determinati parametri (e.g., nitrati, azoto, ecc.), magari collegandoli con dati di alcune malattie (si era parlato l’anno scorso di tracce di SAR-COV-2 rinvenute nelle acque reflue di alcune città d’Italia). Come il caso precedente, questo contribuirebbe ad avere una visione puntuale intervenendo in maniera precisa e prevedendo investimenti quindi più mirati. Questa tipologia di dati aperti per esempio potrebbe facilitare il calcolo dell’indicatore 3.2 – Percentuale di corpi idrici con una buona qualità dell’acqua;
  3. tracciare il consumo dell’acqua nei diversi territori, magari insieme alla mappatura degli impianti e del loro grado di deterioramento, per individuare eventuali sprechi, calibrando gli interventi dove strettamente necessario. Questa tipologia di dati aperti per esempio potrebbe facilitare il calcolo degli indicatori 4.1 – Cambiamento dell’efficienza d’uso dell’acqua nel tempo e 6.3.1 – Percentuale di flussi di acque reflue domestiche e industriali trattate in modo sicuro;
  4. tracciare eventi metereologici e ogni altro elemento riguardante i corsi d’acqua ed altri aspetti ambientali (e.g., montagne, foreste) che possano essere di supporto concreto per prevenire inondazioni o per affrontare condizioni di siccità. Questa tipologia di dati aperti per esempio potrebbe facilitare il calcolo dell’indicatore 6.1 – Cambiamento dell’estensione degli ecosistemi legati all’acqua nel tempo;
  5. supportare la partecipazione della cittadinanza e delle imprese, permettendo quindi di contribuire direttamente al calcolo dell’ultimo indicatore prima elencato.

Chiaramente chi vi scrive è di parte, ma esiste un progetto Europeo da poco avviato, finanziato sotto il programma CEF Open data, che mira proprio ad aprire alcuni dati sul consumo e sulla qualità delle acque marine e interne, collegandoli anche a dati sanitari sulla diffusione di malattie. Il progetto si chiama WHOW – Water Health Open knoWledge e ha come obiettivo specifico quello di creare il primo grafo della conoscenza in Europa su queste due tipologie di dati.

Il progetto si regge proprio sul presupposto di questo articolo, ossia che l’apertura e il collegamento di questi dati possa efficacemente contribuire all’SDG 6, oltre che allo sviluppo dei territori, alla trasparenza e partecipazione della cittadinanza attorno a questi temi. Il progetto, coordinato dall’azienda irlandese Celeris Group, vede la partecipazione di due data provider italiani, ISPRA e ARIA SpA, e dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR.

Le sfide da affrontare nel progetto sono già tante: capacità di progettare sistemi interamente distribuiti sostenibili nel tempo; capacità di gestire anche grandi mole di dati disponibili in tempo reale (provenienti dal programma Copernicus), capacità di aprire dati nel rispetto dei principi FAIR (Findable, Accessible, Interoperable, Reusable), capacità di costruire una semantica comune conforme a standard di riferimento di settore che possa contribuire a un’apertura armonizzata e standardizzata dei dati su scala nazionale ed europea, capacità di coinvolgere il personale interno alle amministrazioni partecipanti, capacità di coinvolgere le comunità e i potenziali riutilizzatori interessati, pubblici e privati, grazie a un preciso percorso di co-creazione già da ora aperto a chiunque sia interessato, affrontare possibili barriere derivanti dalla chiusura di dati che potrebbero essere invece aperti, anche in virtù di quanto fin qui discusso.

Su questo ultimo punto vale la pena soffermarsi in conclusione: pensiamo sia ormai chiaro, dopo questa discussione, come gli open data possano dare un contributo significativo al raggiungimento dell’obiettivo SDG 6. Ma perché in Italia un portale come quello delle acque che dichiara di puntare “maggiormente sulla gestione integrata, sulla prevenzione, sull’informazione e sulla partecipazione pubblica al processo decisionale, al fine di utilizzare i cittadini come leva per promuovere interventi di miglioramento ambientale ed esercitare conseguentemente azioni significative sulla salute, sull’economia e sullo sviluppo.” ha una licenza d’uso associata ai dati inclusi nel sito che non consente né sviluppi commerciali né opere derivate, e quindi è chiusa, in palese violazione delle raccomandazioni delle linee guida nazionali di design per i servizi web della Pubblica Amministrazione?

Qualcuno direbbe perché non c’è una vera cultura del dato e forse ha molta ragione…

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Giorgia Lodi
Giorgia Lodi ha conseguito il dottorato di ricerca in Informatica presso l'Università di Bologna (Italia) nel 2006. Attualmente è tecnologa presso l'Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione (ISTC) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) - Laboratorio di tecnologie semantiche (STLab). In questo contesto, è referente privacy dell’Istituto e membro di svariati gruppi europei sulla definizione della semantica dei dati. In passato ha svolto attività di consulenza per l'Agenzia per l'Italia Digitale (AgID), dove ha lavorato in aree quali open government data, Linked Open Data, Semantic Web, Big Data e sviluppato la rete nazionale di ontologie per la pubblica amministrazione OntoPiA. All'interno di STLab ha coordinato e coordina ancora diversi progetti nazionali ed europei che prevedono l’apertura di dati secondo il paradigma dei Linked Open Data

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