Open Data per l’SDG 8: Lavoro dignitoso e crescita economica

L'SDG 8 di Agenda 2030 è molto attuale in diversi dibattiti, e ha traguardi che riguardano sia la crescita economica che politiche del lavoro inclusive. Quali dati aperti possono supportare il monitoraggio di questo obiettivo e le analisi sulle politiche relative a questi temi?

Immagine distribuita da Pixabay

Come non iniziare questo articolo, per questo obiettivo specifico, con un aneddoto che ha riguardato chi vi scrive. Alla domanda “ma secondo te, esistono delle decisioni che vengono prese senza considerare quanto i dati ci dicono? O che vengono prese senza avere un dato a supporto?”, la risposta è stata “sì: avete presente la battaglia no “smart working” che una certa classe politica sta portando avanti da un po’ di tempo a questa parte? Ecco, di dati, possibilmente aperti, sull’efficacia o non efficacia del lavoro agile non se ne sono ancora visti. Spesso le dichiarazioni si basavano su supposizioni, su percezioni, tra l’altro contrarie rispetto a studi sulla produttività presentati da alcuni enti pubblici, e su quello si è poi deciso di eliminare un nuovo modo di lavorare privilegiando il ritorno al passato”. Insomma, come diceva Edwards Deming, ingegnere, statistico, saggista, professore universitario e consulente di gestione aziendale e manager americano, famoso soprattutto per gli studi sul miglioramento della produzione negli Stati Uniti d’America durante la Seconda Guerra Mondiale, “senza dati sei solo un’altra persona con un’opinione”.

Molto del senso di questi articoli sui dati aperti per la sostenibilità risiede proprio qui, sulla capacità di liberare conoscenza per consentire a chiunque di poterci accedere abilitando studi, analisi, riutilizzi innovativi, contribuendo ad aumentare la consapevolezza nei cittadini ma, lasciatecelo dire, anche in tutti quei decisori che vogliano applicare serie politiche per il paese basate sui dati. Certo, di nuovo, non è solo “buttando” dati sul web, magari nemmeno più di tanto aggiornati nel tempo, che tale consapevolezza magicamente si crea, ma la possibilità di riutilizzo di quei dati in maniera paritaria da parte di diversi soggetti, anche cosiddetti intermediari (e.g., associazioni, fondazioni, giornalisti che lavorano con dati), può avvicinare la cittadinanza alla comprensione più ampia e integrata di determinati fenomeni.

I traguardi

L’obiettivo di questo mese, oltre a essere estremamente attuale in tanti dibattiti, ha una serie di traguardi che riguardano sia la crescita economica, sia politiche del lavoro inclusive collegate anche al tema del turismo e del commercio.

In particolare, riassumendo quanto indicato dall’Agenda ONU, questo obiettivo vuole:

  • sostenere la crescita economica pro-capite;
  • raggiungere standard di produttività economica più elevata attraverso la diversificazione, l’innovazione e la transizione digitale, anche nei settori a elevata intensità di lavoro;
  • promuovere politiche di sviluppo, con la creazione di posti di lavoro dignitosi, con il supporto alla creatività e l’innovazione, capaci di incoraggiare la crescita di piccole e medie imprese anche mediante accesso a servizi finanziari;
  • tentare di scollegare la crescita economica dalla degradazione ambientale in accordo con il Quadro decennale di programmi relativi alla produzione e al consumo sostenibile;
  • garantire un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso sia per uomini che per donne, compresi i giovani e le persone con disabilità;
  • ridurre entro il 2030 la quota di giovani disoccupati e al di fuori di ogni ciclo di formazione e studio;
  • porre fine alla schiavitù moderna e alla tratta degli esseri umani;
  • proteggere il diritto al lavoro, promuovendo un ambiente lavorativo sano e sicuro per tutti i lavoratori con particolare riguardo a donne e precari;
  • disegnare e implementare politiche per favorire un turismo sostenibile in grado di generare lavoro, promuovendo cultura e prodotti locali;
  • rafforzare la capacità degli istituti finanziari interni per incoraggiare e aumentare l’utilizzo di servizi bancari, assicurativi e finanziari per tutti.

Dal rapporto di monitoraggio ONU e ISTAT, ancora una volta si evidenzia un prima e un dopo COVID-19. Secondo il monitoraggio delle nazioni unite, prima della pandemia la crescita economica globale aveva rallentato e il COVID-19 ha causato la peggiore recessione dai tempi della Grande Recessione. Grazie ai vaccini e al continuo supporto finanziario e monetario, alcuni paesi stanno mostrando ottimi segnali di ripresa. Anche l’Italia registra una ripresa, sebbene molti esperti suggeriscano cautela per via dell’inevitabile rimbalzo che si osserva dopo il crollo del 2020. Il rapporto ISTAT infatti evidenzia che “il prodotto interno lordo nel 2020 ha subito in Italia una caduta eccezionale (-8,9%) di entità superiore sia all’area euro (-6,5%), sia all’Unione Europea (-6,1%). Il Pil per abitante è diminuito dell’8,4%.”

Per quanto riguarda gli occupati, l’ISTAT sottolinea come, per effetto delle chiusure del 2020, l’incidenza delle persone occupate che hanno svolto lavoro da casa è aumentata da un 4,8% nel 2019 a un 13,7% nel 2020. Tuttavia, il rapporto ONU ci indica anche come giovani lavoratori e donne siano stati particolarmente penalizzati dalla crisi.

Due interessanti analisi su questi temi ce le offre anche Openpolis, una fondazione che raccoglie e riutilizza dati aperti per produrre informazioni utili e di qualità per la collettività. In particolare, la prima analisi riguarda il salario medio annuo in diversi paesi d’Europa. La seconda il tasso di occupazione nelle regioni europee e italiane. Le due analisi evidenziano due dati preoccupanti su questi temi per l’Italia, la prima che l’Italia è il paese europeo dove nel 2020 si guadagna di meno che nel 1990 e la seconda che è il penultimo paese per tasso di occupazione. Nel contesto di questo articolo, si vuole sottolineare che entrambe le analisi sono state svolte grazie alla disponibilità di dati aperti che Openpolis ha potuto quindi riutilizzare per raccontare in maniera semplice uno spaccato della nostra società a beneficio di tutti. Sono proprio queste iniziative che possono fare la differenza: possono aiutare chiunque sia interessato a comprendere meglio la reale situazione, e quindi dove intervenire in maniera più mirata per tentare di correggere eventuali problemi.

Quali dati aperti

Volendo suggerire, come solito, una lista di dati aperti non esaustiva per supportare sia il monitoraggio di questo obiettivo sia analisi sulle politiche relative a questi temi, di seguito si riportano alcuni esempi di dati che il settore pubblico, ma anche in parte quello privato, potrebbero restituire alla collettività.

  • Dati aperti sull’approvvigionamento (procurement) potrebbero essere molto interessanti anche per le stesse imprese, per meglio calibrare le loro offerte, per comprendere le necessità di approvvigionamento ed eventuali “mancanze” di mercato, dove far nascere anche nuove realtà industriali (indicatore 8.4.2 – Consumo interno di materiale, consumo interno di materiale pro capite e consumo interno di materiale per PIL);
  • Dati aperti del registro imprese, utili per comprendere il mercato in generale e quindi anche il livello di produzione e crescita economica del Paese (indicatori 8.1.1 e 8.2.1 – tasso di crescita annuale del PIL reale rispettivamente per abitante e per occupato);
  • Dati aperti sull’efficienza della Pubblica Amministrazione e sulla produttività, con un focus sui dati dei servizi digitali offerti. Questi oltre ad aiutare a comprendere meglio il livello di digitalizzazione offerto dal nostro settore pubblico, potrebbero anche aiutare a valutare le migliori condizioni della nostra società e, perché no, la capacità di coniugare vita e lavoro sia per coloro che offrono sempre più servizi attraverso il digitale, sia per quelli che ne usufruiscono che non sono più costretti a spendere ore inutilmente in coda presso qualche ufficio pubblico (indicatore 8.2.1);
  • Dati aperti sull’occupazione e sugli infortuni (di cui abbiamo anche parlato in merito all’obiettivo SDG 3; questo ancora una volta mette in evidenza come tutti gli obiettivi sono tra loro fortemente relazionati). Questo tipo di dati potrebbe essere efficace per supportare il monitoraggio degli indicatori 8.5.1 – Guadagni orari medi dei dipendenti, per sesso, età, occupazione e persone con disabilità, 8.5.7 – Percentuale e numero di bambini tra i 5 e i 17 anni impegnati nel lavoro minorile, per sesso ed età e 8.8.1 – Infortuni sul lavoro mortali e non mortali per 100.000 lavoratori, per sesso e status di migrante);
  • Dati aperti su tutte quelle misure di sostegno nell’ambito dell’occupazione come per esempio dati sul reddito di cittadinanza, NASPI (Indennità mensile di disoccupazione), reddito di emergenza e su ogni altro ammortizzatore sociale. Questi sono utili per disegnare lo stato dei disoccupati del nostro Paese e quindi contribuire all’indicatore 8.5.2 – Tasso di disoccupazione, per sesso, età e persone con disabilità;
  • Dati aperti sull’abbandono scolastico, da utilizzare insieme ai dati sull’occupazione che potrebbero fornire uno spaccato di quanti giovani sono al di fuori dei cicli di formazione ma anche di occupazione (indicatore 8.6.1 – Percentuale di giovani (tra i 15 e i 24 anni) che non sono impegnati nell’istruzione, nell’occupazione o nella formazione);
  • Dati aperti sul turismo come per esempio le statistiche sulle visite ai luoghi della cultura, sui cammini d’Italia e relative visite dei turisti, sui prodotti locali DOP e IGP, sulle strutture ricettive e sui servizi che queste offrono, sulle spese dei viaggiatori stranieri e italiani, sui pernottamenti. Liberare questa conoscenza potrebbe contribuire da un lato allo sviluppo di applicazioni innovative per promuovere il turismo e dell’altro a monitorare l’indicatore 8.9.1 – PIL diretto del turismo come percentuale del PIL totale e in tasso di crescita.

Una cosa importante da sottolineare è che per poter analizzare al meglio questi dati, sarebbe auspicabile renderli aperti con un certo livello di disaggregazione (come peraltro dice la legge italiana), considerando anche misure importanti come l’età, l’origine e il sesso, anche per analizzare eventuali divari tra diverse categorie della popolazione.

In generale l’apertura di questi dati è piuttosto disomogenea nel nostro Paese. Se da un lato alcuni di quelli elencati sono effettivamente aperti dall’altro lato non solo non lo sono, ma riguardano anche battaglie di anni da parti di attivisti della società civile.

Nello specifico, si segnala che dati sul procurement, dati statistici, dati sugli infortuni sono tutti aperti grazie ad enti pubblici come Consip, ANAC, ISTAT, INPS e INAIL. Dati sul turismo sono in parte aperti a livello regionale (ad esempio i dati sulle strutture ricettive), anche se non in maniera omogenea, né per copertura nazionale né per tipo di dato che viene pubblicato.

Sorprende che un ente come Enit – Agenzia Nazionale Turismo abbia solo bollettini con grafici inclusi in documenti PDF senza una chiara licenza specificata.

Il ministero del lavoro e delle politiche sociali ha un nuovo, almeno per chi vi scrive, portale open data dove però se si cerca per esempio per reddito di cittadinanza non si trova nulla.

Non sorprende invece che il nostro registro imprese non sia aperto. Nonostante sia considerato dataset di alto valore secondo la nuova direttiva europea open data (che ancora l’Italia non ha recepito nonostante la scadenza dello scorso luglio), la nostra normativa prevede di poter ottenere quei dati solo dietro pagamento, non rendendo quella conoscenza aperta. Su questo tema si registrano anni di battaglie di attivisti open data senza alcun successo e un interessante studio Deilotte per la Commissione Europea che ha valutato l’impatto dell’apertura dei dataset di alto valore della direttiva succitata. Proprio per il registro imprese si nota che l’Italia è in buona compagnia per la chiusura di questo dato; tuttavia guardando i ricavi per anno, si vede che l’Italia ha il valore più alto stimato tra i 58-60 milioni di euro.

Per concludere però alcuni elementi interessanti e positivi europei e italiani nel contesto del procurement. Ancora una volta chi vi scrive è di parte, ma l’iniziativa che vede lo sviluppo di un modello comune per i dati del digital procurement europeo va nella direzione giusta di mettere ordine nella semantica dei dati degli approvvigionamenti per i vari paesi europei, ponendo le basi per avere sempre più dati di qualità al fine di costruire un vero e proprio procurement data space europeo.

Infine, molto bella è l’iniziativa contrattipubblici.org di un’azienda italiana, nata tra l’altro per fare proprio questo mestiere. Il portale raccoglie, pulisce, risistema e pubblica seguendo il paradigma dei Linked Data, i dati aperti che tutte le amministrazioni pubbliche rendono disponibili nella sotto-sezione contratti pubblici della sezione amministrazione trasparente dei loro siti web istituzionali. Contrattipubblici.org mira a diventare uno strumento di intelligence utile sia per trovare nuovi clienti, sia per trovare nuovi fornitori, ma anche per fare monitoraggio civico rispetto a come i soldi pubblici vengono effettivamente spesi. Sempre della serie “guarda cosa si può fare quando ci sono dati aperti”: anche business, ma questo l’abbiamo anticipato fin dal primo articolo di questa rubrica!

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