Futuro Sostenibile

Sviluppo Sostenibile: un processo che consente "il soddisfacimento dei bisogni della presente generazione senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri“

Immagine distribuita da needpix.com

In un remoto articolo per la BBC del 4 agosto 2022 dedicato al futuro “Citizen future: Why we need a new story of self and society” gli autori, Jon Alexander e Ariane Conrad, sostengono che le nostre società hanno bisogno di una nuova narrazione, che abbandoni quelle dell’autoritarismo e del consumismo.

Solo due futuri, autoritarismo e consumismo?

Essi partono infatti dalla constatazione che nei mass e social media sembrano esserci sono solo due futuri in offerta.

“In uno prevale un autoritarismo orwelliano. Impaurite di fronte all’aggravarsi delle crisi – clima, epidemie, povertà, fame – le persone accettano il patto dell'”uomo forte”: la protezione del loro leader in cambio di una fedeltà indiscussa come “sudditi”. Ciò che ne consegue è l’abdicazione del potere personale, della scelta o della responsabilità.

Nell’altro, tutti sono “consumatori” e l’autosufficienza diventa uno sport estremo. I più ricchi hanno la loro tana in Nuova Zelanda e un biglietto per Marte in mano. Il resto di noi si sforza di essere come loro, arrangiandosi da solo mentre i robot rubano il lavoro e la competizione per le risorse sempre più scarse si intensifica. I benefici della tecnologia, che si tratti di intelligenza artificiale, bio-, neuro- o agrotecnologia, spettano ai più ricchi, così come tutto il potere della società. Questo è un futuro plasmato dai capricci dei miliardari della Silicon Valley. Sebbene si venda come libertà personale, l’esperienza per la maggior parte dei cittadini è l’esclusione: un mondo di chi ha e di chi non ha.“

“Le macchine sono fatte come gli uomini le vogliono fare”

In realtà le narrative del futuro che si offrono ai nostri sguardi più o meno smarriti o fiduciosi, sono molteplici, anche se effettivamente nella maggior parte dei casi antitetiche.  Nel suo „Lavoro per il futuro“ Luca De Biase, dopo aver dato conto della prevalente tendenza ad immaginare o futuri distopici a causa della rivoluzione digitale o futuri utopici grazie ad essa, constata che „non sono le macchine a distruggere o a creare lavoro. Le macchine sono fatte come gli uomini le vogliono fare. Le conseguenze delle macchine sono comprese nella visione e nei valori – o nella loro mancanza – delle persone che le progettano e le fabbricano.“ E aggiunge: „se il rischio reale dell’attuale modello di sviluppo tecnologico è che la società si polarizzi tra chi è in grado di generare valore nel sistema dell’economia della conoscenza e chi no, questo non è la conseguenza ineluttabile di una fatale linea evolutiva delle tecnologie, bensì di un’insufficiente analisi critica delle modalità progettuali delle tecnologie e di una scarsa immaginazione. Tutti problemi affrontabili acquistandone consapevolezza.“

“L’utopia sostenibile”

Una consapevolezza che, pur a rilento, si è andata sviluppando, come ricorda Enrico Giovannini in „L‘utopia sostenibile“, a partire dal 1972, anno in cui si sono verificati „due fatti importanti: la Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente Umano, tenutasi a Stoccolma, nella quale, per la prima volta, si discute del rischio di un esaurimento delle risorse naturali disponibili, e la pubblicazione del … Rapporto al Club di Roma

The Limits to Growth, prodotto da un gruppo di studiosi del Massachusetts Institute of Technology (Mit)“ che lanciò „un dibattito globale sui rischi di un collasso del sistema socio-economico nel corso del 21° secolo“.

Solo nel 1987 si giunge però con il Rapporto della World Commission on Environment and Development (meglio noto come Rapporto Brundtland, dal nome della presidente della Commissione, all’epoca primo ministro norvegese) ad una definizione condivisa di sviluppo sostenibile, definizione che rimane ancora oggi, come non si stanca di ripetere Stefano Epifani, quanto mai attuale. Secondo tale definizione è sostenibile un processo che consente “il soddisfacimento dei bisogni della presente generazione senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri“.  Secondo il corollario che ne deriva, i pilastri su cui costruire tale processo sono almeno quattro: quello economico, quello sociale, quello ambientale e quello istituzionale, ambiti che si influenzano vicendevolmente, per cui il crollo di uno di essi può determinare l’insostenibilità complessiva del processo di sviluppo.

Da tale consapevolezza è partito il processo che ha poi condotto l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ad approvare all’unanimità, il 25 settembre 2015, l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, corredata di 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, SDGs) e di 169 Target, o sotto-obiettivi.

Il documento Transforming our world: the 2030 Agenda for Sustainable Development si apre con le seguenti parole:

„Questo programma è un piano d’azione per la gente, il pianeta e la prosperità. Inoltre, cerca di rafforzare la pace universale in un contesto di maggiore libertà. Riconosciamo che lo sradicamento della povertà in tutte le sue forme e dimensioni, inclusa la povertà estre-ma, è la più grande sfida globale e un requisito indispensabile per lo sviluppo sostenibile.

Tutti i paesi e tutte le parti interessate, agendo in uno spirito di collaborazione, attueranno questo piano. Siamo decisi a liberare la razza umana dalla tirannia della povertà e vogliamo guarire e proteggere il nostro pianeta. Siamo determinati a intraprendere le azioni coraggiose e trasformative che sono urgentemente necessarie per portare il mondo su un sentiero di sostenibilità e resilienza. Mentre ci imbarchiamo in questo viaggio collettivo, ci impegniamo a far sì che nessuno sia lasciato indietro.“

Atmosfera cupa

Mi sono permesso di ricordare avvenimenti e dichiarazioni risapute, a maggior ragione a chi fa parte della Fondazione per la Sostenibilità Digitale, perché gli eventi degli ultimi anni e soprattutto la cupa atmosfera emotiva che si respira attualmente sembrano improntati ad un tale algido scetticismo, se non addirittura a un aperto cinismo, da far apparire le tappe di sviluppo evocate e i principi ivi enunciati come una sorta di bel sogno ormai definitivamente tramontato e dimenticato.

Eppure la tecnologia digitale potrebbe offrire proprio gli strumenti per non lasciare indietro nessuno, per superare ostacoli derivanti da handicap fisici o psichici, per fare della diversità (di genere, di età, di abilità fisica e psichica, di neurodiversità, etnica, sociale, culturale) una ricchezza anziché uno stigma, per includere anziché escludere. Da questo punto di vista sono certamente benvenuti i tentativi, tra cui quelli di Jon Alexander e Ariane Conrad, i già citati autori di Citizens, di far appello al senso di responsabilità, e solidarietà di tutti/e noi come cittadini/e, chiamati a “proporre, non solo respingere… creare una base di fiducia reciproca…. plasmare attivamente il mondo che ci circonda, … coltivare legami significativi con la propria comunità e le istituzioni, … immaginare una vita diversa e migliore…”. Se ciò non avviene però all’interno della cornice delineata dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite rischia di rimanere un invito volontaristico ad una sia pur apprezzabile responsabilità civica, da declinare in chiave digitale. Forse tra gli aspetti più interessanti del movimento di pensiero Citizens vi è da un lato l’invito a coltivare la cosiddetta “incertezza sicura”, la capacità cioè di riconoscere le incognite, di non pretendere di sapere esattamente come sarà il futuro. E dall’altro la rassicurazione sul fatto che “lo costruiremo al meglio lavorando insieme”, poiché, come dice la filosofa e attivista Adrienne Maree Brown: “Nessuno è speciale; ciascuno è necessario”.

Diversità e inclusione

Questa potrebbe essere, con un’importante modifica, anche un’utile chiave per approcciarsi alla diversità, riconoscendo che “ognuno di noi è speciale e anche necessario”. Il pericolo che si sta profilando nell’approccio alla diversità è infatti che si ripresentino anche qui le stesse categorie valoriali di successo, competizione ed esclusione che vigono tra i cosiddetti non diversi, ammesso e non concesso che un non diverso al mondo esista. Faccio un esempio per spiegarmi meglio. Attualmente sussiste un grande interesse, anche da parte del mondo imprenditoriale, per l’inclusione di persone con neuro-diversità ovvero, detto con altre parole, che già possono essere percepite come discriminanti ed escludenti, affette da disturbi dello spettro autistico. Tale interesse, certo dettato da motivi altruistici, è per così dire incrementato da almeno due altri fattori. Le persone neuro-diverse  si vogliono distinguere e vengono distinte dal gruppo delle persone con disturbi psichici proprio in ragione della loro neuro-diversità. Esse inoltre, se non gravate da altri problemi neurologici e/o intellettivi, sono in grado di svolgere, in ambienti con ridotti stimoli e in condizioni di stabilità e ripetitività dei compiti, ottime prestazioni lavorative, senza interferire significativamente con i processi lavorativi e le dinamiche interpersonali all’interno di una ditta. Sono dunque lavoratori/lavoratrici ideali. Le persone con altri disturbi psichici quali disturbo borderline di personalità, disturbo bipolare, schizo-affettivo etc. non soffrono meno delle persone neuro-diverse ma, a causa della loro instabilità emotiva e/o affettiva, sono costantemente a rischio di andare incontro a “crisi” di fronte a frustrazioni ed incomprensioni e/o di mettere in crisi le persone con cui lavorano o cercano di lavorare. Non godono dunque di buona fama. Tradotto in termini di marketing, si potrebbe dire che il loro profilo lavorativo è tutt’altro che ricercato e che soprattutto non godono di un’attività di lobby neanche lontanamente paragonabile a quella dei soggetti neuro-diversi. Le persone affette da tali disturbi emotivi ed affettivi rischiano dunque di divenire, se applichiamo alla diversità i criteri escludenti della cosiddetta normalità, i paria tra i diversi da includere.

Il pericolo del vittimismo

Nei percorsi di inclusione bisogna inoltre guardarsi da un altro pericolo, quello del vittimismo e del vittimismo comparativo che ne deriva. Se le persone vengono considerate sulla base della loro diversità e della loro conseguente esclusione dal mondo dei cosiddetti normali, sussiste il reale pericolo che vengano considerate come delle vittime e che loro stesse si considerano tali. Gli sforzi di inclusione divengono, in questa prospettiva, dei tentativi di riparazione di un’ingiustizia subita, il ché può essere magari moralmente corretto, ma nasconde il pericolo di impedire la realizzazione dell’obiettivo fondamentale, l’inclusione in una società di pari. Si rischia insomma di favorire il vittimismo cioè di indurre queste persone ad attendersi un riconoscimento non in ragione della loro singolarità ma del loro handicap. Allo stesso tempo può venir incrementato anche il vittimismo comparativo (competitive victimhood) la tendenza cioè a paragonarsi con altre vittime o persone vittimiste e a ritenere di avere maggior diritto di altri/e ad essere risarciti/e, inclusi/e, compensati/e per le ingiustizie subite.

Credo sia invece importante che, nel rispetto della sofferenza cui sono costrette ancora oggi persone con svariate forme di diversità, la loro inclusione non avvenga  primariamente in funzione della loro diversità ma della peculiarità che ciascuna persona porta con sé, naturalmente offrendo, grazie alle straordinarie opportunità della tecnologia digitale, la possibilità a tutte/i di accedere a tutte le forme di conoscenza, formazione, lavoro, divertimento e contatto sociale. Ognuno di noi è speciale e ognuno di noi è necessario per la costruzione del futuro.

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