Passione, alibi e… fuga di cervelli**

Mi chiedono spesso: Dovʼeri quando fu assassinato Kennedy? Beh, in realtà un alibi non ce lʼho! (Emo Philips)

Non sempre è possibile affrontare tutto e tutti, è impraticabile e inutile pensare di riuscire a compiacere tutti su tutto; non lo si può sempre fare, non con tutti, non serve. Quanto è poi proponibile pensare sempre di nascondersi? Quanto dare la colpa allʼincertezza del futuro? Quanto dare la colpa alla grande quantità di informazioni che ci tocca gestire? Quale che sia la misura, non lo si può fare! Quale che sia la dimensione, è una fuga, un alibi preconfezionato.

Non è forse il periodo in cui si continua a ripetere: bisogna saper giocare su più tavoli contemporaneamente? Più, sempre di più. Troppe sono le idee, le attività e le persone, troppe le direzioni in cui andare e le alternative tra cui scegliere, troppi anche i consigli da ascoltare, troppe le raccomandazioni, troppe le feste degli altri. Insomma troppe le dimensioni cui volgersi, troppi i punti di vista da analizzare e le direzioni in cui guardare. Ma alla fine è tutta una questione di ʻtroppoʼ; inteso come numero o come dimensione? Una sorprendente risposta ci viene dai Beatles (Itʼs all too much di G. Harrison): “All the word is a birthday cake/ So take a piece but not too much” (Tutto il mondo è una torta di compleanno / prendine un pezzo, ma non troppo). Tutta questa sovrabbondanza da gestire offre la possibilità di crearsi grandi alibi, che danno lʼopportunità di scaricare gli insuccessi, le indecisioni, il non apparire. Di alibi ce ne è sempre uno pronto da concedersi, la lontananza, la sfortuna, il ʻtroppoʼ… appunto.

È un alibi anche passare il tempo a nascondersi piuttosto che affrontare la realtà, per poi festeggiare lo scampato pericolo, quello che con maestria Dante, nel primo canto dellʼInferno descrive con le parole “E come quel che con lena affannata / Uscito fuori dal pelago a la riva / Si volge a lʼacqua perigliosa e guata”.

Gli alibi valgono per i singoli, per i gruppi e ancora di più per i politici. Una serie infida di alibi vale per i grandi temi sociali. Oggi lʼalibi più importante, il minimo comune denominatore che giustifica tutti è la magica parola ʻcomplessitàʼ. Gli accademici, i politici amano la complessità. Si possono scrivere tesi sulla complessità. Nessuno ti chiede e pensa che la semplicità è una scienza e che la complessità è fatta da ʻpileʼ di elementi semplici. La cosa bella della complessità è che in pratica non la si può trattare e nessuno è quindi responsabile del risultato della ricerca. La semplicità non fa audience. In Italia tre sono i tormentoni che ci inseguono e che originano una serie sconfinata di convegni, dibattiti, libri, articoli. Tormentoni che sono sempre lì e che non vedono mai la soluzione: Nord/Sud, Giovani/Vecchi, Fuga di cervelli. E in tutti e tre non cʼè oratore che non evochi il termine, la parola, lʼincubo della complessità. Una sorta di alone dellʼimponderabile che non permette di fare o di tentare percorsi. Un alibi perfetto per non fare e dare la colpa sempre a qualcun altro (avversario, incapacità degli altri…), a qualcosʼaltro (congiuntura, opposizione, mercato globale…). La fuga di cervelli. Anche il correttore si è stufato.

Non è giusto esportare i cervelli, qui cosa resta, se continuiamo a esportare il bello? Finirà che da noi resterà la m…? Ma è giusto bloccare i cervelli in un paese che non li premia? Non è un danno anche per lʼumanità bloccarli (quelli veri)? Nei paesi asiatici quelli ʻbraviʼ che riescono ad avere borse di studio, o entrano in gruppi di ricerca, vengono premiati dal loro stesso paese con aiuti economici per permettergli di dare il meglio. Un modo per tenerli legati alle proprie origini. Una modalità di fuga ʻorganizzataʼ dove chi scappa ha il compito di formare quelli che restano in patria. Forse se cominciassimo a pensare che la vera ragione per cui avere entusiasmo per qualcosa è AVERE passione per qualcosa, forse allora con la giusta ambizione si riuscirebbe a ridurre il mondo delle decisioni (e non solo) a una dimensione più gestibile. Quella giusta dimensione che permette di risolvere e di indirizzare piuttosto che sentenziare. Forse la smettiamo di pensare alla complessità come a una barriera. Non abbiamo tanti dati e informazioni, ma ne abbiamo che non servono. Ma la quantità, lʼabbondanza ci fa sentire sicuri del nostro alibi. Tutto troppo complesso. Ah complessità, santa subito!

**Il correttore di word segnala: “Si consiglia di riformulare questa frase evitando lʼuso delle parole logore evidenziate. Controllare fuga di cervelli”

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