Chimere digitali in cerca di riconoscimento

Al tempo del digitale, siamo diventati un insieme di molteplici identità, online e offline, account di diverse piattaforme: siamo, quindi, in una realtà ibrida, e conduciamo una vita tra il digitale e l'analogico

Immagine distribuita da Pixabay

Dicevamo che sui social media abbiamo bisogno di indossare una maschera che faccia vedere solo quello che noi vogliamo mostrare, qualcosa che sia al tempo stesso una parte di noi ma non tutto noi stesso. 

Sui social network siamo però, oltre che maschere, anche chimere. Come i mostri dell’antichità costituiti da parti di animali diversi, anche noi al tempo del digitale siamo una collazione più o meno riuscita di molteplici identità, offline e online, account di diverse piattaforme, funzioni operanti a differenti livelli di realtà, ora pure oltre, “meta”, che in definitiva, come afferma Kyle Chayka sul New Yorker “è un modo per visualizzare il mondo della realtà mista che le piattaforme digitali hanno già creato.”

Come i mostri dell’antichità costituiti da parti di animali diversi, anche noi al tempo del digitale siamo una collazione più o meno riuscita di molteplici identità, offline e online

Siamo dunque, e verosimilmente diventeremo sempre più, una realtà ibrida, fatta di carbonio e di silicio, e ci troviamo a condurre una vita ibrida che Floridi ha definito, con un neologismo, “onlife” proprio per evidenziare la natura intricata e senza soluzione di continuità delle nostre esperienze quotidiane, in parte digitali e in parte analogiche, non più nettamente distinguibili tra online o offline. 

L’idea di un’identità chimerica digitale può suscitare forse in noi un’iniziale diffidenza, forse anche paura, evocando mondi distopici nei quali veniamo perseguitati da mostruose creature digitali cui noi stessi abbiamo dato vita. Eppure se le chimere esistono nella nostra fantasia dall’antichità è proprio perché noi siamo da sempre creature mostruose che dietro un aspetto di affascinante omogeneità e magari bellezza nascondono molteplici ed eterogenee identità. Ce lo ricordano, se ce ne fosse bisogno, la mitologia greca e il lungo percorso di percezione e rappresentazione dell’io che dal mito ha preso origine. Se agli albori della letteratura greca l’io non era ancora nato come consapevole unità di sentimento, pensiero ed azione, oggi quello stesso io viene artisticamente rappresentato come una temporanea e fluida aggregazione di nuclei o particelle elementari, in continua trasformazione. In mezzo c’è la storia della civiltà occidentale e la costante trasformazione della nostra immagine. 

Al tempo di Omero sono gli Dei a inviare agli umani le passioni che li portano ad agire. Saffo è la prima, con gli altri lirici greci, a portare l’io, con il suo corpo, sulla scena poetica. Di quest’io e non degli dei sono i sentimenti che si costituiscono, con la razionalità, nella dinamica identità nella persona. Progressivamente l’io si va affrancando dalla dipendenza dagli dei/Dio, dalla propria stirpe, famiglia, ceto sociale e diviene entità autonoma. Nella tragedia greca gli eroi cercano disperatamente di sottrarsi al fato, all’ Ανάγκη per affermare la propria personale identità e la propria libertà. Dante, pur all’interno della più ortodossa tradizione cattolica, rivendica la libertà individuale di un viaggio nell’altro mondo che egli stesso crea. Il cammino di auto-affermazione procede nell’età classica, quando l’individuo sembra aver realizzato la propria equilibrata compiutezza. Ma non appena l’equilibrio rinascimentale sembra raggiunto, le illusioni barocche fanno balenare nuovi mondi virtuali che inficiano la solidità dell’ordine classico. Nell’età moderna si arriva alla progressiva scomposizione e disgregazione dell’io, che si scopre essere ben diverso da quella solida ed omogenea unità celebrata dall’età classica. Le linee di frattura dell’individuo divengono sempre più evidenti nel romanticismo fino a rivelare un io molteplice ed eterogeneo, fatto da un coacervo di nuclei a stento tenuti insieme da una biografia che non è più obiettiva ed incontrovertibile successione di fatti ma disperata ricerca di unità e di senso tramite la stessa narrazione. Per arrivare fino a Musil per il quale l’Io è “un’ anarchia di atomi” ed alle odierne “particelle elementari” che guidano le azioni dei protagonisti dell’omonimo romanzo di Houellebecq, per non parlare della consapevole scomposizione e ricomposizione della figura umana cui assistiamo nell’arte figurativa contemporanea.

Le chimere che si costituiscono, che noi costituiamo oggi onlife, sono forse una nuova tappa di questo cammino, l’esito dell’ulteriore dissoluzione di tali atomi di io ed al tempo stesso della loro nuova aggregazione secondo nuove forze “digitali” d’attrazione. In un’epoca segnata dalla veloce e liquida trasformazione di tutto e tutti, le identità chimeriche cercano di assemblare più o meno coerentemente parti e dimesioni diverse e molteplici della vita onlife nel tentativo di una sempre labile unità. 

Le chimere che noi costituiamo oggi onlife, sono forse una nuova tappa di questo cammino, l’esito dell’ulteriore dissoluzione di tali atomi di io ed al tempo stesso della loro nuova aggregazione secondo nuove forze “digitali” d’attrazione

Anche le nostre chimere digitali che si muovono sui social network sono però spinte dagli impulsi di sempre, innanzitutto dal desiderio o meglio dal bisogno di riconoscimento che, per Benjamin, fonda la relazione e agisce a doppio senso: desiderio di essere riconosciuto ma anche desiderio di scoprire e riconoscere l’altro secondo una tensione dialettica che comincia già fin dai primi giorni di vita con l’interazione madre-bambino. Proprio il legame madre bambino è il modello di riferimento per meglio comprendere le relazioni sui SN. Il bambino percepisce inizialmente la madre soggettivamente come una parte di sé, correlata, e non come un reale oggetto esterno, indipendente. Con lo svilupparsi del rapporto il bambino giunge infine a percepirla obiettivamente come un’entità esterna e non semplicemente come qualcosa che sta nella propria mente. La maturazione è però un processo lento e progressivo – e che non sempre giunge a pieno compimento. Le prime fasi, in cui la madre viene allucinata, fantasticata, immaginata, rappresentata, in sua assenza costituiscono lo stadio cosiddetto transizionale, il passaggio cioè in cui il bambino passa dall’allucinazione alla realtà attraverso la fantasia. L’orsacchiotto, la coperta di Linus e forse presto il primo robot sono gli oggetti che fanno da ponte tra la gratificante simbiosi con la mamma e la realtà molto più frustrante. Senza quella coperta non riusciamo a fare il salto nel vuoto dal grembo materno alla dura realtà. I SN costituiscono, secondo Balick, un analogo spazio transizionale che attiva da una parte le nostre fantasie di onnipotenza ma consente anche di lavorare su come noi vediamo gli altri secondo uno spettro che va dalla soggettività all’obiettività: nel primo caso percepiremo gli altri semplicemente come parti di noi, nel secondo come soggetti esterni da noi indipendenti. Nel mezzo una serie infinita di sfumature. 

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