A Renzi mancava una “grande” sconfitta. Ora il CV è a posto

Roma, novembre, Università. “Professore si vota il Renzi, vero?” È uno studente toscano, anzi maremmano, alla ricerca di solidarietà elettiva. Confermo. “Si VINCE ALLA GRANDE, allora?!”. Credo che SI PERDA ALLA GRANDE piuttosto, e glielo dico. “Maremma…, no !!” bercia. Lo tranquillizzo, spiegandogli che se Renzi se la gioca bene, la “grande sconfitta” sarà soltanto il tassello che finora gli manca. Ora a giochi fatti, le primarie sono una straordinaria occasione di analisi, tra l’altro, d’icone comunicative: l’americano, l’analogico da piazza, il mitopoietico, l’eterno sinistro, la neo guappa.

 “Matteo Renzi Concession Speech” e refoli di futura vittoria. Quasi quattro anni fa, in occasione di un laboratorio universitario sulla comunicazione politica, m’interessai per la prima volta di quella di Matteo Renzi. Dall’analisi dei blog dei politici, i più ne uscivano male. Tra i pochi che dimostravano di aver capito le logiche della Rete c’erano uno scaltro Di Pietro, un innovativo Vendola, e un Renzi totalmente a suo agio. Così scrivevo su Formiche all’inizio del 2009: “Il 34enne Matteo Renzi, presidente della provincia di Firenze, pur giovane non può definirsi proprio un “nativo digitale”, ma gli assomiglia molto. Faccia da schiaffi da fiorentino originale autentico è un beniamino della Rete, dove passeggia in lungo e in largo: sito, blog e, ovviamente, Facebook, seminando video, post, newsletter con progetti e resoconti. Si fa perdonare battute, battutacce, inni della Fiorentina, cazzeggiamenti vari perché dimostra anche una spontanea e sagace autoironia. Lui e la sua squadra sanno come muoversi sulla Rete e nella Blogosfera, maneggiano con disinvoltura tracback e blogroll, tenendo costantemente d’occhio Wikipedia. Accettano i rischi di chi frequenta l’immensa e mai del tutto conoscibile piazza on line e rispettano (quasi tutte) le regole non scritte”.

Continuavo osservando che, fino al 2008, Renzi & soci avevano progettato e gestito strategie vincenti: “Vedremo se riusciranno a usare con altrettanta efficacia gli stessi strumenti nell’eventualità di una sconfitta”. Nei successivi quattro anni, e fino a qualche giorno fa, Renzi ha sempre vinto. Il 2 dicembre 2012 è arrivata la sconfitta: riconosciuta, accettata e, in qualche modo perfino sbandierata da Matteo. Nel suo percorso mancava ancora l’evento davvero eclatante. Ne era consapevole. Perciò si era preparato a VINCERE SORPRENDENTEMENTE o a PERDERE ALLA GRANDE.

L’immediato riconoscimento della sconfitta, tempestivo, coerente e senza reticenze e riserve, ha ricalcato il miglior modello anglosassone di conclusione di una sfida politica, dando un senso anche ad alcuni aspetti della campagna tacciati di americanismo. Il suo “Concession Speech”, cioè il discorso con il quale ha riconosciuto la vittoria dell’avversario e di aver perso, ha spiazzato fans e avversari. Non pochi editorialisti e commentatori hanno più o meno esplicitamente detto che in questa secca sconfitta ci sono tutti i presupposti di una futura vittoria. Qualcuno (Feltri) si è perfino allargato a dire che si tratta di futuro prossimo. Certamente Il miglior momento comunicativo di Renzi. Di sempre.

Il “Victory Speech” di Bersani al profumo di piadina. Pierluigi punta sull’autenticità: è uomo di feste popolari, di sezioni di partito, di cancelli di fabbriche, di pompe di benzina, non familiarizza con la Rete, “quella cosa virtuale”. Non riesce a metabolizzare che il Web è soltanto la parte digitale della quotidianità di noi tutti. L’unica piazza che conosce, e riconosce, è quella fisica. Di conseguenza comunica come mangia, e mangia cose conosciute, consuete, rispettando le regole della tavola comunicativa tradizionale. Maniche arrotolate, sorriso da uomo d’esperienza, propone un umorismo da sezione di partito e da bocciofila: ai supporter, ubriachi di fatica e soddisfazione, del resto basta e avanza. Ringrazia seguendo una scaletta rigorosa, parla di partito, dove Renzi aveva parlato di comunità, e afferma scandendo che adesso “si governerà con il popolo”. Insomma un’eco di “avanti popolo alla riscossa”, come una strizzatina d’occhio anche a beneficio degli irriducibili. Promette il rinnovamento “perché la ruota deve girare” e saranno “le esperienze che la faranno girare”. Come dire che lui non rottama, perché lui non vede gente che ha fatto il suo tempo, lui vede solo esperti disponibili e leali. Il rinnovamento che deve essere “fatto girare dalle esperienze” nasconde un ossimoro, ma sono in pochi a rilevarlo. Del resto, sarà la quotidianità a verificarne, a breve, la praticabilità.

I politici come icone comunicative. La comunicazione di Bersani non riserva sorprese dunque, fatta com’è di metafore reiterate. Al massimo si può lasciare andare a modi di dire di recente importazione, e approssimativa traduzione, come quello del famigerato “passero in mano” che sarebbe meglio “del tacchino sul tetto” (insomma: meglio l’uovo oggi che la gallina domani). O a ripetere calembour altrui, tipo la “lista dei marxisti per Tabacci”. Nessuna sorpresa nemmeno dal grande antipatico Massimo D’Alema che, con i baffetti vibranti e sempre più stizziti, a un cronista che gli chiedeva quando avrebbe preso almeno un caffè con Renzi, risponde: “Credo che abbia interessi diversi ed io ho altro da fare”. Non male per uno che ha guidato la diplomazia italiana, nell’ultimo incarico ministeriale. Niente di nuovo comunque: accusato di non essere riuscito a dire e a fare cose di sinistra, Massimo non vuole perdere il titolo di “eterno sinistro” affossatore di qualsiasi nuovo che avanza (ci provò anche con Vendola, il cui linguaggio mitopoietico faceva, e fa, risaltare la polvere delle parole d’ordine dei vecchi apparati). È Rosy Bindi piuttosto che continua a sorprendere per i livelli di astio che trasuda ogni volta che si nomina Renzi. Come se non riuscisse a uscire dalle risse e dai veleni dei talk show nei quali è stata inviata, forse troppe volte, a contrastare “i sanguinari” della fazione avversa. Una sorta d’infezione, di contaminazione, di coazione alla minaccia, perfino inconsapevole, nella quale parole come partito e congresso suonano come armi improprie per la resa dei conti finale. Un comportamento che ha spiazzato anche molti dei suoi timorati fans: Rosy, neo “guappa di partito”! Riassunta, anzi scolpita da Massimo Mantellini (@mante) nei centoquaranta caratteri di uno dei suoi migliori tweet: Rosi Bindi che dice a Renzi “Regoleremo i conti al congresso” è il nuovo “Esco, ti aspetto nel parcheggio”.

Ma perché Renzi ha perso? Giovanna Cosenza, puntuale osservatrice dei processi comunicativi dei politici, la vede così: Renzi e il suo staff non sarebbero stati  bravi comunicatori perché lo stile era troppo americano per il pubblico di centrosinistra, perché la “rottamazione” è diventata nel tempo un boomerang (troppo assorbente per non coprire la parte propositiva del programma), perché la vox populi voleva uno spostamento più verso sinistra che verso il centro. Diego Amenduni (@doonie) sostiene invece che quella di Renzi era un’ottima campagna, ma più adatta alle politiche che non alle primarie. E apprezza la scelta di Bersani che “ha vinto “senza comunicare”: farlo in Italia, dopo diciotto anni di berlusconismo, non era affatto banale, così come non era banale scegliere questa via strategica.” In pratica Dino sostiene “con buona pace di twitterometri, Klout, hashtag giornalieri e analisi del sentiment” che esiste “uno scollamento forte tra il comportamento dell’elettorato (di centrosinistra) e ciò che accade online.”

Paradossi e verità vacillanti. I Social Network non vano d’accordo con la politica sostiene anche Antonio Lupetti (@Woork), con accenti molto scanditi: “Scolpitevelo nel cervello. Non bastano i like o i retweet per vincere una sfida elettorale. La vita reale è tutt’altra cosa rispetto alla distorta rappresentazione fatta di bit che governa la rete. I social network non smuovono mezzo voto…. Spero l’abbiate capito. Vi serva di lezione”.

Penso che Antonio Lupetti si sia fatto prendere la mano dal paradosso, che è un modo di forzare la realtà per renderla più chiara. Perché se è vero che nelle competizioni elettorali in Italia prevalgono ancora altre logiche e che i Social Network non costituiscono, allo stato, un campione rappresentativo dell’intera popolazione, non è peraltro vero che i Social non smuovano mezzo voto. La frequentazione quotidiana con studenti universitari mi ha fatto costatare che le decisioni di voto di molti di loro sono state influenzate, e non poco, dalle “primarie sul web” e dalle discussioni sui Social. Pur restando certamente vero che questo non è stato sufficiente a determinare un diverso risultato finale.

Come pure sapore di efficace paradosso ritrovo nelle puntuali e tempestive interpretazioni di Cosenza e Amenduni: perché il “non comunicatore” Bersani, definizione appunto paradossale, in realtà è semplicemente uno che resta “diversamente comunicatore” nell’era digitalizzata. Un analogico che si affida molto alla macchina organizzativa dell’apparato, tornata a essere efficiente e capillare proprio perché stimolata e sfidata dal nuovo che avanza. Quest’ultimo aspetto è stato molto meno indagato, forse perché condizionati dalla deformazione professionale del comunicatore, noi tutti non abbiamo voluto vedere, o almeno stentiamo ad ammettere esplicitamente, che il fattore vincente di queste primarie del PD si chiama Strategia Organizzativa.

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8 COMMENTS

  1. Marco, ottima analisi.

    Manca solo un elemento: non viene presa in considerazione la distribuzione demografica della società italiana.

    Nella società italiana rivestono un ruolo centrale, ahime, le generazioni analogiche, gli over 50, persone che non hanno familiarità con la rete, che sono più influenzabili da un comizio in piazza che da un flusso di post/like/tweet sui social media.

    Fascia di età, inevitabilmente, più propensa a conservare che innovare.

  2. L’analisi è perfetta. Hanno votato sopratutto i tesserati del PD che sono in prevalenza over 60. Per loro il designato premier è Bersani in quanto anche segretario di partito. A questo punto Matteo deve puntare ad esser lui il prossimo segretario del PD.

  3. CONFIDO IN RENZI…..IL RESTO è “GIA’ VISTO”. LA CLASSE POLITICA CHE ANCOR VIGE E’ “COMPAGNA” COMPAGNA DI CONOSCENZA DI TUTTE LE STORIE E VICENDE DEGLI ULTIMI 30 ANNI.
    POLITICI DELL’ORTO!

  4. SUPPLICO IL SINDACO DI FIRENZE DI PRESENTARSI ALLE PROSSIME VOTAZIONI, MOLTE PERSONE LIBERE SONO PRONTE A VOTARE PER LUI E IL SUO PROGRAMMA. LA SUPPLICA NASCE DALLA NECESSITA’ DI DARE L’ITALIA NELLE MANI DI PERSONE SICURE E NON DI BUFFONI CHE DA TANTO CERCANO DI IMBAVAGLIARE I CITTADINI ITALIANI.

    HELP…..HELP…. X ITALIA CHE AFFONDA NELLA VERGOGNA

  5. Grazie commentatori, pubblici e privati (via email e DM). La mia non è un’analisi politica, ma comunicativa. Anche per dire che le strategie comunicative non sono il solo fattore critico di successo: l’organizzazione (chiamatela pure “apparato”, se volete) conta moltissimo. E, nella vicenda, è stata decisiva.

  6. Ottima analisi! D’altronde è un dejavu’ di quello successo con Berlusconi quando si disse che era stato l’apparato mediatico a farlo vincere e non già la Struttura Organizzativa che era a supporto di quell’apparato stesso, nonchè la cultura sottostante a quell’apparato! Grazie alla sua analisi si riesce a comprendere meglio quanto successo negli ultimi 20 anni.

  7. non e’ solo una questione di eta’ ma di sviluppo “politico”. bersani vive da apparato, che sembra all’interno delle masse ma non si rende conto dei bisogni e delle aspettative che hanno generato!sono rimasti” primitivi”e le loro riflessioni sono eloquenti :Renzi parla ” diverso” e gia questo lo rende vincente. a lui la palla, e speriamo che boccia; le mie sono solo riflessioni di un cinquantacinquenne.

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