Quando la mobilità diventa (davvero) sostenibile

Il termine mobilità sostenibile, come per le smart city, non viene sempre utilizzato a proposito: vediamo in quali casi la mobilità diventa realmente sostenibile

Escludendo quelle relative alla attuale pandemia, fra i termini più diffusi ed abusati di quest’ultimo periodo c’è sicuramente quello di “smart city”.

Non vi è sito, o piattaforma digitale o giornale o rivista (cartacea o non) che non abbia dedicato spazio e pagine al tema delle smart city; non vi è amministratore comunale che fra le proprie dichiarazioni programmatiche di inizio mandato non abbia espresso la volontà di voler trasformare il proprio comune, sia esso di livello metropolitano o di piccola dimensione, in una smart city; non vi è azienda o professionista che non citi nel proprio curriculum un’esperienza, un lavoro, un’attività di formazione che non sia riconducibile al termine “smart city”. Insomma, sembra che non esista sviluppo urbano senza che questo non debba essere declinato come smart city.

Ahimè, però, quando l’eccessivo uso diventa abuso e quando lo spirito di emulazione prevale sui contenuti, si rischia di perdere il senso e lo scopo per cui si sta operando: per esempio, diversi amministratori sono convinti che per essere una smart city sia sufficiente installare in città sistemi di illuminazione pubblica a LED o a risparmio energetico, oppure attuare la raccolta differenziata dei rifiuti o gestire i servizi urbani mediante app o portali web, non rendendosi conto che non di smart city trattasi ma semplicemente di normale adeguamento dei servizi al progresso tecnologico. Non è perciò sufficiente dotare la propria città di tecnologie all’avanguardia per poter essere una “città intelligente”, in quanto in realtà, nelle smart city, di realmente intelligente, non vi è la dotazione tecnologica ma il modo in cui i cittadini, le imprese, la collettività in genere la utilizzano e quindi, vivono la città stessa. Essere una smart city, agire da smart city è un’attività complessa che necessita di un approccio altrettanto complesso: non a caso il termine “smart” non va letto come aggettivo (fermandosi all’etichetta), ma come un acronimo che sintetizza la natura degli obiettivi di sviluppo urbano che devono essere, appunto Specifici (e non generici o troppo vaghi), Misurabili (in modo da poterne dimostrare il loro raggiungimento e gli effetti prodotti), Action-oriented (quindi finalizzati ad un processo o un’attività specifica e mirata), Realistici (realizzabili in base al tempo ed alle risorse disponibili) e Tecnologicamente innovativi (con la capacità di mettere a sistema quanto il progresso e la tecnica mette a disposizione).

Questa lunga premessa si rende necessaria in quanto le modalità che accompagnano lo sviluppo e le dinamiche dei processi legati alla mobilità sostenibile sono esattamente gli stessi delle smart city.

Infatti, anche in questo caso il termine mobilità sostenibile è ampiamente abusato e non sempre utilizzato a proposito: in linea con l’approccio alla smart city descritto in precedenza, molte amministrazioni comunali sono infatti convinte che per poter perseguire obiettivi di mobilità sostenibile sia sufficiente introdurre nella propria rete urbana qualche chilometro di pista ciclabile, o istituire in alcune aree residenziali le Zone 30, o introdurre un servizio di Car Sharing, salvo poi scoprire, in diversi casi, che il servizio non è calibrato adeguatamente per la domanda alla quale si rivolge e che comunque non incide in modo significativo sui comportamenti di viaggio degli utenti.

Non basta infatti incentivare l’uso delle auto elettriche per essere sostenibili: anzi, in realtà, forse non serve proprio niente, se l’auto elettrica non è alimentata  da energia prodotta da fonti alternative (in Italia parliamo di casi rari), in quanto non farebbe altro che decentrare il punto di emissione dei gas di combustione, spostandolo dai tubi di scarico dei veicoli ai luoghi di produzione della stessa energia (centralizzando e concentrando l’emissione).

Quindi, così come nelle smart city ad essere intelligenti non sono le tecnologie adottate ma il modo di utilizzarle, anche nel caso della mobilità, ad essere sostenibili non sono i sistemi di trasporto ma il loro modo di utilizzarli e renderli tali da parte degli utenti: perché in una città possono essere introdotte modalità di trasporto altamente innovative e sostenibili, ma se queste non sono funzionali alle esigenze di spostamento dei cittadini, questi ultimi continueranno ad utilizzare sistemi e mezzi vecchi ed inquinanti ma maggiormente rispondenti alle proprie necessità.

La mobilità è il risultato, o meglio l’effetto, del punto di incontro fra una domanda di trasporto cioè un bisogno di spostamento che gli utenti e la popolazione esprimono per accedere a determinati servizi localizzati sul territorio (riconducibili a lavoro, istruzione, shopping, servizi alla persona ed alla salute svago, ect.) e un’offerta di sistemi di trasporto, con tecnologie differenti, adatta a soddisfare tale bisogno: laddove non vi è questo punto di incontro, perché le esigenze sono mal espresse o perché i sistemi non riescono ad intercettarle, non vi è mobilità.

Ma quando la mobilità diventa realmente sostenibile?

  1. Innanzitutto si deve prendere coscienza del fatto che si sta operando su un sistema complesso, dovendo, come detto, mettere d’accordo bisogni dell’utenza, assetti del territorio, sistemi tecnologicamente differenti, vincoli fisici e normativi, abitudini consolidate, stereotipi, ect.: esso va perciò analizzato seguendo le logiche caratteristiche della complessità ed affrontato secondo le paradigmi tipici di un approccio sistemico, ovvero considerando tutti gli attori coinvolti, le funzioni ad essi collegate, le interrelazioni che le legano, gli effetti che vengono generati (interni ed esterni al sistema stesso) al fine di poter valutare al meglio tutti gli aspetti del fenomeno. Questo significa che ogni azione, essendo complessa, ha bisogno di studi analitici, di un livello di conoscenza adeguato, di un diffuso uso dei modelli di simulazione, di una valutazione critica degli effetti, etc. La complessità è insita nel concetto di sostenibilità, punto di fusione delle sfere ambientale, sociale ed economica, ma troppo spesso la si tralascia puntando solo ad uno dei tre ambiti.

 

  1. E’ necessario poi individuare sistemi di trasporto coerenti e calibrati per la tipologia di mobilità che deve essere soddisfatta: spesso accade che vengano realizzati sistemi di trasporto senza indagare, in profondità ed attraverso specifici strumenti che consentano di farlo, sul tipo di domanda al quale gli stessi sono rivolti e quindi sul tipo di esigenza di mobilità che dovrebbero intercettare. Accade quindi spesso di trovarsi di fronte a sistemi innovativi di elevato livello tecnologico che però non vengono utilizzati, in quanto non incontrano uno specifico bisogno di mobilità e quindi di fatto non servono, generando invece una rilevante insostenibilità sia dal punto di vista economico (spreco di risorse), sociale (mancata risposta ad un bisogno) ed ambientale (consumo di suolo, mancata diminuzione di inquinanti, ect.).

 

  1. Un terzo aspetto riguarda la necessaria integrazione fra i sistemi di trasporto: per rispondere adeguatamente, e quindi in maniera sostenibile, a specifici bisogni di mobilità è necessario “mettere a sistema” i diversi sistemi di trasporto in maniera da massimizzarne le prestazioni e gli impatti sulle attese della collettività . Accade tuttora che, nonostante decenni di teorie ed affermazioni sulla necessità di integrare fra loro sistemi e mezzi di trasporto, questi, ancora oggi, vengano molto spesso pensati, pianificati, progettati, realizzati, ed infine gestiti, in forma totalmente autonoma rispetto ad altri, determinando così sovrapposizioni, sprechi, impatti negativi, disfunzioni. Anche in questo caso, quando si parla di integrazione, è necessario non banalizzare o semplificare eccessivamente il concetto: una reale integrazione sostenibile deve essere declinata seguendo almeno tre criteri, ovvero integrazione spaziale (deve essere facilitato lo scambio fisico fra gli stessi, eliminando ostacoli o barriere e favorendo l’interscambio di flussi), temporale (deve essere previsto un coordinamento di orari e frequenze dei servizi di trasporto in modo da favorire l’utilizzo degli stessi in sequenza) e funzionale (che riguarda la tariffazione integrata, l’informazione condivisa e puntuale, la gestione degli spazi comuni che renderebbero tali servizi ancora più appetibili e rispondenti ai bisogni dell’utenza).

 

  1. Un quarto aspetto riguarda i processi di condivisione con l’utenza. Pur essendo un aspetto da tempo noto e ben presente in tutti i processi che pongono al centro la sostenibilità, troppo spesso si equivoca su tale azione, pensando che i percorsi di condivisione possano limitarsi alla sola informazione, spesso unidirezionale, sull’intervento. In realtà si tratta di azioni molto più profonde, che prevedono la necessità di coinvolgere la collettività fin dal processo di pianificazione ed ideazione di un intervento: ciò non significa assecondare i desiderata della collettività ma comprenderne i bisogni, le necessità per poter rispondere al meglio secondo i paradigmi della sostenibilità. Significa quindi, come già specificato, individuare sistemi ed interventi che rispondano al meglio ai bisogni di mobilità, ma significa anche, per esempio, orientare la collettività verso comportamenti più sostenibili e più coerenti con uno sviluppo maturo ed equilibrato. Poiché tali percorsi spesso prevedono l’introduzione di misure restrittive e impositive (dette anche hard) o di supporto ed accompagnamento (dette anche soft), è evidente quale sia il ruolo centrale e strategico che gioca il meccanismo di condivisione delle azioni con la collettività: esso pone infatti al centro la consapevolezza dell’utente, rendendolo cosciente e consapevole delle proprie scelte di mobilità e quindi facendogli comprendere le motivazioni di specifiche scelte, gli effetti da essi determinati, gli impatti derivati, ect., aumentando così la consapevolezza dell’utente nei confronti delle proprie scelte di mobilità e la sua non contrarietà di fronte ad opzioni apparentemente non vantaggiose. Ed un utente consapevole si muove sempre in modo sostenibile.

 

  1. Ultimo aspetto, ma forse il più importante di tutti, riguarda la salvaguardia della salute e della vita umana: tutto ciò che consente di migliorare la salute delle persone e di proteggere la vita umana, non può che essere annoverato fra le iniziative sostenibili, anche se queste, apparentemente, possono sembrare impattanti dal punto di vista ambientale, sociale ed economico. Fra queste certamente troviamo tutte le azioni legate alla riduzione degli incidenti, soprattutto quelli stradali, al miglioramento delle performance di guida al fine di ridurre errori e distrazioni, alla protezione degli utenti deboli e passivi, quali i pedoni. Perché non c’è nulla di più sostenibile che la salvaguardia e la protezione della vita dell’uomo.

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