Alfabeto decarbonizzazione: U come UCO

Per la lettera "U" del nostro alfabeto della decarbonizzazione, parliamo degli UCO (Used Cooking Oil): cosa sono, perché è importante e vantaggioso riciclarli, ed in che modo le tecnologie possono dare una mano

Nel proseguire con le lettere che compongono l’alfabeto della decarbonizzazione, l’ABC Zero Carbon è giunto ora alla “U” di “UCO”. UCO è una sigla che sta per “Used Cooking Oil”, ovvero, sta ad indicare tutti i tipi di oli esausti di origine vegetale oppure animale sottoposti a cicli di trattamento e raffinazione per il loro riuso dopo essere stati impiegati a scopo alimentare.

Gli UCO, infatti, rappresentano l’insieme di tutti quegli oli di scarto (provenienti dal sistema alimentare domestico o ristorativo) che una volta raccolti possono essere trattati per essere convertiti in biocarburante da impiegare nel campo della mobilità sostenibile, reinserendo così un prodotto di scarto in un virtuoso sistema di economia circolare che contribuisce drasticamente alla decarbonizzazione del pianeta.

Perché è così importante e vantaggioso riciclare gli oli da cucina usati (UCO)?

L’importanza del recupero dell’olio da cucina usato (UCO) è duplice perché, reinserendolo in un sistema di economia circolare, si ottengono due vantaggi: da un lato si evita di disperderlo nell’ambiente riducendo gravi impatti oggi già in corso all’ecosistema, dall’altro si valorizza uno scarto trasformandolo in una nuova forma di carburante ecologica.

Infatti, gli oli da cucina usati, sono un rifiuto problematico da eliminare. Il loro smaltimento inadeguato può avere effetti nocivi sull’ambiente ostacolando il trattamento delle acque di scarico, può essere altamente tossico per gli ecosistemi naturali e, a livello domestico, può bloccare le tubature e comportare danni ai sistemi di condutture comuni ed alle reti pubbliche.

Al contrario, se tutti noi favorissimo la raccolta di tali oli, come per altro promosso con vari progetti in Europa fin dal 2012, se ne riuscirebbero ad avere in poco tempo grandi quantitativi da reimpiegare in ambito energetico. Attraverso un semplice processo chimico, infatti, gli UCO possono essere convertiti in biodiesel, un carburante alternativo simile al diesel ma con diversi vantaggi: è un lubrificante molto migliore del diesel, prolunga la vita del motore, è altamente biodegradabile e, cosa più importante, fornisce una significativa riduzione delle emissioni di CO2.

Il biodiesel prodotto dagli UCO evita anche i possibili impatti della produzione di biocarburanti sui prodotti agroalimentari (contribuendo a soddisfare i criteri di sostenibilità per i biocarburanti stabiliti nella Direttiva sulle energie rinnovabili), inoltre, il biodiesel da UCO ha addirittura le più basse emissioni di gas serra tra gli altri biocarburanti, favorendo nettamente la riduzione di emissioni se comparato ai carburanti fossili.

Per l’Europa e l’Italia non sarebbe meglio puntare immediatamente ed esclusivamente sulla mobilità elettrica?

La risposta è no, per varie ragioni: innanzitutto, perché la diversificazione delle fonti energetiche rinnovabili è un fattore strategico, in secondo luogo, perché utilizzare anche gli UCO significa attivare un meccanismo di economia circolare che riduce il nostro impatto anche a livello di inquinamento del pianeta; ed in ultima analisi, per le esigenze di tempo necessarie all’adozione massiccia dell’elettrico rispetto ai biocarburanti nel settore dei trasporti.

L’Europa si è posta obiettivi importanti di decarbonizzazione entro il 2050 (-55% del totale UE), ma è stato evidenziato che per raggiungere l’obiettivo occorre un approccio integrato sia a livello politico che tecnologico. Oggi, infatti, il trasporto in Europa dipende ancora per il 95% dai combustibili fossili, e gli ancora elevati costi infrastrutturali oltre che per l’acquisto dei veicoli elettrici stessi, rendono pressoché impossibile raggiungere gli obiettivi previsti con il solo ricorso all’elettrico. Per questo l’Europa si è già mossa in modo significativo sul piano delle regolamentazioni per il 2021 dei biocarburanti con il RED II, inoltre, occorre lavorare per far convergere l’attuale produzione di autoveicoli e le caratteristiche dei biocarburanti per garantirne un uso più ampio nel medio periodo.

Infine, va aggiunto che ancora oggi, stando ai dati del CONOE, solo un quarto degli UCO che ogni giorno vengono prodotti a livello domestico giunge nei centri di trattamento e raffinazione. Se tutti noi ci impegnassimo nelle pratiche di raccolta, disporremmo di quantità consistenti di oli da riutilizzare favorendo la crescita esponenziale del mercato; il quale, già dispone di ampi sistemi di trading a livello europeo e questo contribuirebbe ulteriormente ad incentivarne l’impiego. Non a caso, grandi società dell’energia come l’italiana Eni hanno già investito in importanti impianti per trasformare gli oli vegetali in biocarburanti, ed anche siglato importanti accordi per la raccolta, tenendo conto del fatto che già nel 2018 in Italia la quantità raccolta di UCO era pari a 260mila tonnellate di oli esausti all’anno. L’impegno dell’azienda in questa direzione è ulteriormente testimoniato dal fatto che circa il 50% degli UCO raccolti in Italia nel 2019 è stato trattato proprio nella bioraffineria Eni di Venezia, ed a breve anche in quella di Gela.

Anche gli UCO necessitano di grandi investimenti ed infrastrutture per essere impiegati?

In realtà, per quanto i volumi siano importanti, vi sono molti casi in giro per il mondo che testimoniano come sia possibile anche creare piccole realtà sul territorio per innescare virtuosi sistemi di economia circolare. Spesso dando vita anche a vantaggi collaterali derivanti da queste pratiche di riuso degli UCO.

Ad esempio, come riportato dal The Washington Post, in California la tribù indiana dei Blue Lake Rancheira ha deciso di creare all’interno della propria riserva una piccola rete energetica, mettendosi così al riparo dai frequenti crolli della rete elettrica della California del Nord (causati soprattutto in estate dai frequenti incendi). Un esempio piccolo, ma significativo di un approccio molto scalabile. Il sistema si basa principalmente sui pannelli solari, ma per bilanciare anche i consumi dovuti agli spostamenti, tutti gli UCO prodotti all’interno della riserva vengono convertiti in biocarburante per i residenti. Puntando a fare della riserva di Blue Lake Rancheira, secondo i capi tribù, la prima riserva ad impatto zero al mondo entro il 2050. Un altro esempio da oltreoceano di un uso su piccola scala degli UCO viene dal governo federale dell’Illinois: infatti, come riportato dai media, l’Illinois ha consentito al carcere della contea di Cook di avviare un progetto di reinserimento dei detenuti attraverso la loro formazione ed impiego nella produzione di biodiesel grazie ad un piccolo impianto nel centro di detenzione. Oggi il mini-impianto produce fino a 400 galloni di biodiesel, interamente redistribuiti sul territorio della contea.

Il sistema di gestione della raccolta di oli esausti è, in realtà, estremamente flessibile, il che favorisce lo sviluppo e l’adozione di reti territoriali diffuse in piccole e grandi realtà urbanizzate. Non è un caso, infatti, che rapidamente in Italia anche piccoli comuni hanno aderito a sistemi locali di raccolta grazie a progetti europei ed associazioni ambientaliste; così come i grandi centri urbani, a cominciare da Roma Capitale che, dal 2019 ha sottoscritto un accordo di sperimentazione del servizio di raccolta degli UCO, e che dal 2020 si sta progressivamente estendendo a tutte le municipalità della capitale.

Come possono le tecnologie favorire il riuso degli UCO?

Le nuove tecnologie sono uno strumento essenziale per dare una ulteriore spinta positiva verso l’adozione di pratiche sostenibili, anche nel campo dei biocarburanti derivanti dagli UCO. In particolare, giocano un ruolo importante le tecnologie di monitoraggio e gestione degli impianti di trattamento e raffinazione; nello specifico i sistemi di sensori basati su tecnologie proprie dell’Internet of Things (IoT), affiancate da sistemi gestionali supportati dall’Intelligenza artificiale.

Accanto a ciò, anche per sviluppare politiche di incentivo per coloro che adottano tali biocarburanti, si stanno sperimentando delle vere e proprie “certificazioni verdi” digitali basate su tecnologia Blockchain. Questa tecnologia oggi è già applicata ai biocarburanti per le navi di molti porti europei, e non è da escludere che possa essere adottata anche per i sistemi UCO.

Un’altra soluzione può derivare dall’uso sapiente di applicazioni mobile e web, che incentivino comportamenti virtuosi da parte dei cittadini, invogliandoli a conferire i propri oli esausti presso i punti di raccolta a loro più vicini.

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