I contributi della microbiologia per una (tecno)agricoltura sostenibile

Vittorio Venturi, coordinatore scientifico al Centro Internazionale di Ingegneria Genetica e Biotecnologia - ICGEB - a Trieste e Iris Bertani, ricercatrice associata, ci portano (virtualmente) all’interno del laboratorio per scoprire le intersezioni tra tecnologia e colture

Tutto ciò che non vediamo ad occhio nudo è “micro”. Il 99% della biodiversità sul nostro pianeta è micriobologica: batteri, funghi, virus, protozoi… un mondo invisibile ai più, ma pane quotidiano per ricercatori come Vittorio Venturi, coordinatore scientifico al Centro Internazionale di Ingegneria Genetica e Biotecnologia (ICGEB) a Trieste.

Laurea in Scienze biologiche all’università di Edimburgo, dottorato al dipartimento di Genetica molecolare dell’università di Utrecht, organizzatore di workshop e corsi internazionali all’università di Trieste, Venturi dal 1995 lavora all’ICGEB. Il Centro ha quartier generale nella città giuliana, precisamente all’interno dell’Area Science Park di Padriciano, e conta altre due sedi principali a New Delhi, India, e Cape Town, Sud Africa, oltre ad una rete internazionale di oltre 40 centri affiliati.

Una formazione internazionale e un approdo quasi ovvio in una sede come ICGEB: quale è stato l’iter?

«Mi definisco uno spirito libero, grazie al percorso che ho seguito: ho frequentato il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico, a Duino: prima generazione, appena aperto! Una scuola che mi ha aperto la mente e mi ha portato a specializzarmi in Europa. Dopo dodici anni di assenza, tuttavia, la nostalgia di casa si è fatta sentire e sono rientrato in Italia. ICGEB è stato l’approdo ideale per le mie ricerche batteriologiche».

Affiancato dalla ricercatrice associata Iris Bertani, Venturi ci fa virtualmente entrare nel suo laboratorio, per scoprire le intersezioni tra tecnologia e colture.

Oggi si parla di agricoltura digitale, che in realtà elabora strumenti e risorse per attenuare l’impatto sul territorio e restituire all’agricoltura stessa una dimensione precedente, più sostenibile.

Si può dare una lettura “tecno-etica” a ciò? La tecnologia come congiunzione tra progresso scientifico e rispetto per la terra?

«Stiamo vivendo una rivoluzione digitale nella ricerca, possiamo usufruire di tecnologie che ci permettono di acquisire moltissimi dati in pochissimo tempo – spiega Bertani – certo, si tratta di tecnologie di un certo costo, ma che viene ampiamente ammortizzato a fronte della mole di informazioni che ci restituisce ed in tempi celeri. La vera sfida è come utilizzare al meglio tale mole. Oggi ci sono strumenti a disposizione degli agricoltori che permettono di raccogliere nel dettaglio dati sulle coltivazioni, sulla composizione della terra, le altezze pluviometriche peculiari dell’area e molto altro, che, elaborato ed incrociato, consente poi di identificare le modalità più efficienti di utilizzo agricolo. Molte aziende ricorrono ormai a vere e proprie centraline che informano in tempo reale il pc dell’agricoltore e suggeriscono se e come intervenire».

Qual è il cuore della vostra attività di ricerca?

«Noi – riprende Venturi – siamo un laboratorio di alta tecnologia di sequenziamento Dna e rilevamenti microbiologici, incentrati in particolare su vite e cereali (riso, grano, sorgo) e usiamo queste tecnologie per approfondire la microbiologia delle piante e dei patogeni. Prendiamo ad esempio la vite, infestata principalmente da due fungini: gli agricoltori intervengono con fitofarmaci, agenti chimici, e fino a 12 volte nell’arco della stagione di crescita e produzione. Cosa succede se conosciamo meglio i patogeni? Possiamo diminuire i trattamenti, di conseguenza alzare la soglia di sostenibilità. Il suolo è la nicchia che ha la più alta biodiversità sulla Terra (un grammo di suolo contiene cento milioni di microbi) e dunque le radici di ciò che piantiamo sono esposte a tutto ciò. Ci sono delle comunicazioni affascinanti che stiamo studiando: la pianta recluta il suo microbioma più importante (per fare un paragone con il corpo umano, il suo “intestino”) nella risosfera, la terra più vicina alla radice – non andiamo oltre i due, tre millimetri – ove i microrganismi la aiutano la a prendere nutrimenti, ormoni per la crescita, antipatogeni, così come la microbiologia, appunto, del nostro intestino. La nostra microflora interna, peraltro, influisce anche sulla salute mentale, perché produce tanti metaboliti che vanno ad influenzare il nostro corpo; così vale anche per le piante».

Per il 2050 l’Onu ha previsto un aumento di popolazione fino a 10 miliardi, con un incremento del fabbisogno alimentare del 60%: fondamentale dunque la lungimiranza, per garantire un’agricoltura più sostenibile…

«Certo – conferma Bertani – e infatti lavoriamo per il futuro. Molte start-up vogliono dare alle piante micororganismi naturali (no OGM, NdA) per rinforzarle e far crescere un forte microbioma. Lo stesso microorganismo già presente nel suolo viene arricchito, ad esempio microorganismi che fissano l’azoto, ma con processo del tutto naturale. Noi studiamo quali microorganismi preferisce il riso, li sviluppiamo in laboratorio e li aggiungiamo, ad esempio ricoprendo il seme. Si accelera così la crescita, oltretutto sana, senza fertilizzanti, ma con probiotici».

Applicazioni?

Continua Iris Bertani: «Ad oggi siamo arrivati a creare prodotti ancora in fase sperimentale, ma già fuori abbiamo laboratori in Germania e in USA, in Serbia, Cina e anche Italia». Su analoghe strade percorse da altri laboratori di ricerca, Venturi cita le attività di Agroinnova, centro di ricerca dell’Università degli studi di Torino, sulla scia della recente produzione di una serie di podcast intitolata “Spore” e focalizzata sulle malattie delle piante che hanno cambiato il mondo, «una dimostrazione dell’interdisciplinarietà che governa la storia».

Come raccontato già pochi mesi fa ad un TEDx, Venturi sottolinea l’interesse da parte di molte start-up per acquisire le informazioni sul microbioma frutto delle ricerche del team ICGEB, al fine di ricavarne prodotti per le colture, preziosi per arricchire e rivitalizzare il suolo: «condividiamo con queste start-up il cammino verso un’agricoltura più sostenibile».

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