La sostenibilità (e il) digitale per la ripresa dell’Italia post-pandemia

Il digitale aumenta la produttività delle aziende, ma si stima anche possa, entro il 2030, abbattere fino al 10% delle emissioni rispetto ai livelli del 2019: queste alcune delle evidenze dal report realizzato da The European House – Ambrosetti con Microsoft Italia, che sottolinea come sostenibilità e digitale siano i due pilastri su cui costruire il futuro del Paese

Immagine distribuita da Hippopx con licenza CC0

In una società sempre più connessa, nella quale viene sviluppata una quantità sempre crescente di dati, la digitalizzazione rappresenta un fattore decisivo per la crescita delle imprese in termini di competitività: tecnologie come l’Intelligenza artificiale, l’IoT, il Cloud computing e i Big data sono in grado, infatti, di potenziare la produttività delle aziende, abilitando la creazione di nuovi modelli di business.

In questo senso, aumentare il livello di digitalizzazione del Paese rappresenta un obiettivo fondamentale. Ciò produrrebbe effettivi positivi non soltanto sul lato economico, ma anche in funzione della costruzione di una società più sostenibile a 360 gradi: maggiore inclusione, modelli economici più efficienti e circolari, più efficaci modelli di governo del territorio, sono infatti tutti obiettivi verso i quali il digitale e l’utilizzo dei dati ricoprono un ruolo chiave.

Insomma, quelli della sostenibilità e del digitale rappresentano i pilastri sulla base dei quali costruire il futuro del Paese. Non soltanto per accelerare la ripresa dalle criticità apportate dalla pandemia, ma per porre le basi di una crescita stabile e duratura nel tempo. A sottolinearlo è la ricerca Digitalizzazione e sostenibilità per la ripresa dell’Italia, realizzata da The European House – Ambrosetti in collaborazione con Microsoft Italia, il quale obiettivo è proprio quello di creare consapevolezza sull’importanza di queste due dimensioni, e dei benefici che derivano dalla loro combinazione. Per un futuro del Paese all’insegna della sostenibilità digitale.

Gli investimenti delle aziende italiane in sostenibilità e digitale hanno continuato a crescere durante la pandemia

I meccanismi di risposta alla pandemia hanno aperto la strada ad un futuro più sostenibile, nel quale la transizione green e quella digitale si intersecano fra loro e ricoprono un ruolo fondamentale: in questo quadro si inserisce in Europa il Next Generation EU – con i 191,5 miliardi destinati all’Italia – incentrato proprio sui tre pilastri della transizione verde, digitalizzazione e inclusione.

+22% e +7% gli investimenti in sostenibilità ambientale e sociale nel 2020 rispetto al 2019 da parte delle grandi imprese e delle PMI, ma il maggiore incremento riguarda le infrastrutture digitali e le tecnologie: +41% per le grandi imprese

Però, sottolinea il report, “lo sviluppo sostenibile non è solo una priorità dei policy maker, ma sta diventando sempre più al centro dell’agenda delle imprese come uno strumento per assicurare redditività nel lungo periodo”. Questo è ormai evidente, considerate soprattutto le mutate esigenze ed aspettative dei consumatori, per i quali la sostenibilità sta sempre più abbandonando la percezione di moda passeggera per diventare un elemento centrale e prioritario. Stando ai dati del rapporto, oltre il 60% dei consumatori considerano i valori aziendali un elemento decisivo nella scelta del brand: in questo contesto, è quindi chiaro che i valori aziendali, e soprattutto la salvaguardia dell’ambiente, dei territori e delle comunità, diventano un fattore di competitività che è necessario saper gestire e comunicare.

Alla luce di ciò, gli investimenti nella sostenibilità da parte delle aziende italiane – tanto le grandi imprese quanto le PMI – rappresentano oramai una priorità, ed hanno infatti continuato a crescere anche nel periodo pandemico: rispettivamente +22% e +7% gli investimenti in sostenibilità ambientale e sociale nel 2020 rispetto al 2019 da parte delle grandi imprese e delle PMI e, per queste ultime, la sostenibilità rappresenta la prima voce di investimento per crescita. Il maggiore incremento registrato riguarda però le infrastrutture digitali e le tecnologie (+41% per le grandi imprese): d’altra parte, rappresentano un abilitatore fondamentale per lo sviluppo sostenibile.

Il digitale è fondamentale per la decarbonizzazione, al pari delle rinnovabili

Ma quali vantaggi, per le aziende, dall’accoppiamento delle due dimensioni della sostenibilità e della trasformazione digitale? Innanzitutto, guardando al lato economico, la ricerca mostra come le aziende più digitalizzate siano maggiormente produttive sul lavoro, con un +64% per le aziende italiane rispetto al +49% per le aziende europee. Per beneficiare di questi vantaggi, sottolinea il report, la crisi pandemica rappresenta un’occasione per accelerare il processo di transizione digitale: da una survey di Confindustria Digitale, emerge infatti come per il 96% delle aziende la crisi abbia portato ad intraprendere un percorso di cambiamento (63%) o di rivalutazione (33%) delle proprie strategie di trasformazione digitale: un percorso oramai necessario, per cogliere i vantaggi che questo processo può dare in funzione della competitività e della sostenibilità in tutte le sue dimensioni.

Si stima che, entro il 2030, il digitale abbatterà fino al 10% delle emissioni rispetto ai livelli del 2019, ossia 37 milioni di tonnellate di CO2 all’anno

Per quanto riguarda la sostenibilità ambientale, si può invece osservare, ad esempio, il risparmio energetico dato dal tipo di tecnologia di storage e l’analisi dei dati usata dalle aziende: infatti, “il passaggio da Data Center ‘on premise’ a Data Center ‘Cloud’, più efficienti e sostenibili rispetto a quelli decentrati, potrebbe comportare un risparmio fino al 70% dei consumi energetici”. In questo senso, se tutte le aziende italiane adottassero il Cloud, si avrebbe un risparmio annuo di 884mila tonnellate di CO2 solo per i consumi elettrici dei server. Il digitale offre quindi un contributo decisamente importante nell’ottica della decarbonizzazione, che secondo un modello innovativo è considerato pari a quello delle energie rinnovabili al 2030: viene infatti stimato che, entro quell’anno, il digitale abbatterà fino al 10% delle emissioni rispetto ai livelli del 2019, ossia 37 milioni di tonnellate di CO2 all’anno.

In questo senso, da una survey di The European House – Ambrosetti, che ha coinvolto 212 aziende di diversa dimensione e settore, emerge come la maggior parte di esse (86%) dichiari di aver implementato o di avere in programma misure per la sostenibilità ambientale abilitate dal digitale. Una percentuale significativa, che vede però differenze a seconda della dimensione dell’azienda: se la quota di grandi imprese che ha già implementato questo tipo di soluzioni è del 69%, infatti, per le piccole questa scende al 38%. Nonostante ciò, sono proprio queste ultime ad aver dichiarato il maggiore impegno verso la digitalizzazione per la sostenibilità nel prossimo periodo (38%) rispetto alle più grandi (21%).

Occorre fare opera di evangelizzazione, in quanto molte PMI non conoscono nemmeno le possibilità date dalla trasformazione digitale

Ma in che modo è possibile accompagnare le piccole imprese in questo percorso di trasformazione digitale, nell’ottica di una maggiore sostenibilità? Innanzitutto, “facendo opera di evangelizzazione, in quanto molte PMI non conoscono nemmeno le possibilità date dalla trasformazione digitale”, spiega Andrea Soldo, Consultant for Innovation in The European House – Ambrosetti. “Poi, facilitando l’accesso alle tecnologie, sia per quanto riguarda gli investimenti necessari, sia per trovare i partner tecnologici e le competenze (risorse umane interne ed esterne). Questo richiede la creazione di network di imprese, almeno quelle della stessa filiera e in particolar modo per quelle senza un chiaro leader di filiera che possa ‘trainare’ gli altri su determinati standard”.

Anche le nuove modalità di lavoro abilitate dal digitale, che hanno avuto un enorme accelerazione a partire dal periodo della pandemia, forniscono un grande contributo nella direzione della sostenibilità ambientale – come la riduzione degli spostamenti – e sociale. Sotto quest’ultimo aspetto, la possibilità di lavorare da remoto rappresenta infatti, per il 64% delle aziende, il più importante contributo dato dal digitale alla dimensione sociale delle sostenibilità, in termini di maggiore autonomia, migliore gestione del proprio tempo e degli spazi di lavoro.

Le proposte di The European House – Ambrosetti per un Italia del futuro più sostenibile e digitale

Insomma, digitalizzare significa accelerare il percorso del Paese verso lo sviluppo sostenibile. In funzione di questo obiettivo, The European House – Ambrosetti ha realizzato tre proposte, utili per andare incontro ad un futuro nel quale l’interconnessione tra queste due dimensioni fondamentali risulti sempre più stretta.

  1. Un New Deal delle competenze digitali: soltanto il 42% degli adulti italiani possiede competenze digitali di base, contro una media UE del 57%. Un gap importante, vista la sempre più attuale pervasività del digitale e vista l’importanza strategica di quest’ultimo nel raggiungimento – anche – degli obiettivi di decarbonizzazione. Inoltre, il digitale rappresenta un elemento centrale nell’abilitare nuove modalità lavorative, che possano migliorare la vita degli individui nell’ottica di una maggiore sostenibilità sociale. Per questi motivi, occorre un percorso di accelerazione delle competenze digitali nel Paese, da una parte per aumentare la competitività delle aziende italiane e fornire maggiori opportunità agli individui nel “nuovo” mondo del lavoro, e dall’altra per accelerare la sempre più necessaria transizione green. Per fare ciò, occorre investire nella formazione e adeguare l’offerta formativa degli studenti, incentivando anche la partecipazione a corsi di laurea in discipline STEM, ma anche intervenire, nella forza lavoro, con maggiori incentivi alla formazione digitale.
  2. Riconoscere il diritto universale al digitale: a seguito della pandemia, i dati restituiscono l’immagine di un Paese sempre più povero (il numero di individui in povertà assoluta è passato nel 2020 da 4,6 a 5,6 milioni), causa anche una contrazione dell’occupazione da gennaio a dicembre (-1,1% per gli uomini, -2,7% per le donne), e nel quale sempre più persone rinunciano alla ricerca di un lavoro perché scoraggiate dalla crisi. In questa direzione, il digitale deve rappresentare una fondamentale leva di inclusione e riduzione delle disuguaglianze, tanto per le persone – in termini di competenze – quanto per i territori: il lavoro da remoto, ad esempio, può infatti rappresentare un’importante opportunità di sviluppo per quei territori meno dinamici e periferici.
  3. Standard comuni per misurare l’impatto delle aziende su ambiente e società: per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione, oltre ad investimenti pubblici sarà necessario anche il coinvolgimento attivo del mondo privato. Per questo, per convogliare le energie del mondo privato nella costruzione di modelli di produzione e consumo più sostenibili, saranno necessarie metodologie condivise per quantificare gli impatti ambientali e sociali delle loro attività. Inoltre, questa misurazione può rappresentare un vantaggio competitivo per le stesse aziende, attraverso meccanismi di premialità economica e finanziaria per coloro che sono più avanti nel percorso verso la carbon neutrality.

Tre proposte, quindi, che porterebbero concreti vantaggi nella direzione della sostenibilità (digitale): “il new deal delle competenze digitali serve ad alimentare la pipeline delle competenze necessarie”, spiega Andrea Soldo, “non solo i talenti, ma proprio le conoscenze di base di matematica e del coding. Negli anni ’50 della scolarizzazione italiana, coloro che imparavano a leggere e a scrivere non dovevano necessariamente fare gli scrittori, ma dovevano semplicemente rapportarsi con il mondo, ed è lo stesso oggi per le competenze digitali: abbiamo un gap enorme sin dall’inizio. Il diritto al digitale, invece, serve all’inclusione di vaste aree di territorio oggi escluse per questioni di banda, e quindi a contare su un pool di risorse più ampio di oggi, sia per imparare, sia per svolgere lavori non soltanto dalle città, in sé un tema di sostenibilità. Infine, gli standard comuni servono a facilitare l’accesso agli investimenti – anche insegnando alle imprese a calcolare i ritorni – e ad evitare progetti di minima al limite del greenwashing.

Da ciò l’Italia ricaverebbe un deciso aumento di competitività, essenzialmente tramite l’aumento della produttività multifattoriale, che noi chiamiamo ‘energie del sistema’, che è la parte che attiene soprattutto agli asset intangibili – know how, modelli organizzativi, competenze e via dicendo – che è quella che negli ultimi 25 anni ha dato un contributo negativo alla produttività totale del nostro Paese”.

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