4 domande su Decarbonizzazione

Arrivati alla lettera D della nostra rubrica ABC Zero Carbon, dopo aver parlato di Anidride Carbonica, Biocarburante, Climate Change,  abbiamo l’opportunità di chiarire, attraverso semplici domande, una parola che leggiamo spesso, anche in tempo di emergenza COVID-19, ma sulla quale si genera spesso un po’ di confusione: decarbonizzazione.

La decarbonizzazione non è un qualcosa di semplice che tutti i Paesi del mondo potrebbero mettere in atto?

Quando si parla di decarbonizzazione, esattamente come quando si fa riferimento a Zero Carbon, la mente corre alla sostenibilità ambientale, agli obiettivi di Agenda 2030, e alla necessità che i Paesi hanno di abbandonare fonti energetiche derivanti dal carbonio per privilegiare fonti energetiche rinnovabili, esenti da emissioni atmosferiche di anidride carbonica. Decarbonizzazione si può comprendere anche attraverso la definizione che richiama al processo di riduzione del rapporto carbonio-idrogeno nelle fonti di energia. Ad esempio, nel caso di combustione della legna, per ogni atomo di idrogeno sono presenti dieci atomi di carbonio e si dice che il rapporto sia 10:1. Il petrolio ha un rapporto carbonio-idrogeno pari a 1:2, mentre il gas naturale è a 1:4, il più basso tra le fonti di energia fossile e per questo considerato da preferirsi rispetto ad altre fonti. Si può parlare di decarbonizzazione, pertanto, nel momento in cui si scelgono fonti di energia meno impattanti in termini di emissioni, come quando si sceglie il gas naturale al posto del petrolio.

La strada verso la decarbonizzazione non è certo così semplice come alcuni possono immaginare. “Si tratta di un obiettivo assai impegnativo” – si legge nella proposta di Piano energia del MISE. “Comporterà, nel settore elettrico, oltre che la salvaguardia e il potenziamento del parco installato, una diffusione rilevante sostanzialmente di eolico e fotovoltaico, con un installato medio annuo dal 2019 al 2030 pari, rispettivamente, a circa 3200 MW e circa 3800 MW, a fronte di un installato medio degli ultimi anni complessivamente di 700 MW. Questa diffusione di eolico e fotovoltaico richiederà anche molte opere infrastrutturali e il ricorso massivo a sistemi di accumulo distribuiti e centralizzati, sia per esigenze di sicurezza del sistema, sia per evitare di dover fermare gli impianti rinnovabili nei periodi di consumi inferiori alla produzione”. Una delle leve utilizzate nel percorso di decarbonizzazione, per esempio, è la massimizzazione dell’utilizzo del gas come fonte energetica a ridotta intensità emissiva. Ma per garantire l’uso sostenibile di questa risorsa è indispensabile minimizzare le emissioni di metano che si possono generare lungo la filiera produttiva del gas. La decarbonizzazione non è solo una questione di volontà, pertanto, ma un processo che richiederà tempi abbastanza lunghi.

Sono stati definiti anche a livello di UE precisi obiettivi per la decarbonizzazione?

Gli obiettivi che si è posta la UE per il 2030 sono ambiziosi e, nel corso del 2018, sono stati anche rivisti al rialzo rispetto a quanto adottato dal Consiglio europeo nell’ottobre 2014. Rispetto al 1990, si dovrà avere una riduzione almeno del 40% delle emissioni di gas a effetto serra, si dovrà raggiungere una quota pari almeno al 32% di energia da fonte rinnovabile e un miglioramento almeno del 32,5% dell’efficienza energetica. Per fare questo e attuare un’attività di monitoraggio costante finalizzata al raggiungimento degli obiettivi, gli Stati membri sono tenuti ad adottare piani nazionali integrati per l’energia e il clima nel periodo 2021-2030.

In un momento di emergenza come questo, possiamo continuare a pensare alla decarbonizzazione?

L’IEA, proprio in questi giorni, oltre a fornire dati e analisi precise sugli effetti della pandemia, ha esortato i Governi a mettere in primo piano la decarbonizzazione e la transizione verso energie pulite che possano garantire la costruzione di un futuro energetico sicuro e sostenibile. Il timore, infatti, è che l’emergenza sanitaria, e a seguire la crisi economica e sociale che qualcuno ha già previsto, possano mettere in secondo piano gli impegni che i Paesi si erano presi rispetto alla questione del climate change.

L’Istituto Wuppertal ha suggerito di spostare l’attenzione delle conferenze sul clima “dall’impegno all’azione”. Tanto più in un momento in cui alcune conferenze in programma sono già saltate. Secondo l’Istituto, si potrebbe rafforzare l’impulso per una ripresa verde, chiedendo lo scambio delle migliori pratiche di decarbonizzazione e facendo in modo che i Paesi sviluppati possano indirizzare il sostegno finanziario e tecnologico a quelli in via di sviluppo.

Le tecnologie digitali aiuteranno la decarbonizzazione o sono parte del problema?

Se è vero che la carbon footprint del digitale è importante, è anche vero che l’impiego delle tecnologie digitali potrebbe contribuire a ridurre le emissioni di anidride carbonica e accompagnare il processo di decarbonizzazione. La Commissione Europea sta lavorando a uno specifico piano in cui sono messe in evidenza in particolare le potenzialità dei Big Data e dei sistemi di Intelligenza Artificiale, tramite i quali andare a incidere sul ciclo dei rifiuti, sul trasporto e sui sistemi energetici decentralizzati. Tramite la raccolta e l’analisi Big Data, infatti, il piano prevede la possibilità di capire quando e dove l’elettricità è necessaria, razionalizzando in questo modo fonti e risorse in diversi settori, come per esempio l’edilizia.

Altro promettente campo di applicazione individuato dalla Commissione quello legato alla raccolta e analisi dei dati satellitari e provenienti da sensori, tramite i quali mettere in campo strategie di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, nonché di gestione delle crisi quali inondazioni, siccità, ondate di calore e altri eventi estremi legati al clima.

Sul possibile contributo delle tecnologie digitali alla decarbonizzazione, con obiettivo Zero Carbon, non mancano altri studi come quello realizzato da un team internazionale di ricercatori provenienti da Singapore, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti che sostiene quanto Big Data, IoT e AI debbano essere considerati strumenti indispensabili alla decarbonizzazione. I possibili “effetti collaterali” positivi dell’impiego del digitale sono riferiti al settore energia elettrica, con esempi che vanno dagli smart grid fino al commercio di energia peer-to-peer tramite blockchain. Secondo le ricerche effettuate da questo gruppo di scienziati, a vincere e quindi aumentare fino a un 20% le emissioni di anidride carbonica in atmosfera, sono proprie le combinazioni di tecnologie digitali e non la singola tecnologia applicata.

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